Il dibattito sulla de-dollarizzazione è tornato al centro dell’attenzione dei mercati, alimentato dalle tensioni geopolitiche e in particolare dal conflitto in Iran. Al centro della discussione c’è la possibilità che il sistema del “petrodollaro” venga progressivamente eroso, lasciando spazio a nuove dinamiche come il cosiddetto “petroyuan”. Vediamo cosa ne pensano gli esperti.
De-dollarizzazione: il ritorno del tema con la guerra in Iran
A riaccendere il confronto è stata una nota di Deutsche Bank, secondo cui il conflitto in Medio Oriente potrebbe rappresentare un punto di svolta. In questo scenario, alcuni Paesi esportatori di petrolio potrebbero iniziare a prezzare il greggio in valute alternative al dollaro, favorendo un’erosione della sua centralità nei flussi commerciali globali.
L’ipotesi sul tavolo degli operatori è che un indebolimento del ruolo geopolitico degli Stati Uniti, in particolare nel Golfo, possa ridurre la tradizionale relazione tra sicurezza e utilizzo del biglietto verde nei mercati energetici.
Il fronte opposto: “non c’è alternativa al dollaro”
Di parere opposto è Franklin Templeton, che ha definito questa lettura eccessivamente semplificata. Secondo la casa di investimento, il predominio del dollaro USA non deriva solo da fattori geopolitici, ma soprattutto da elementi strutturali difficilmente replicabili.
Il biglietto verde resta infatti la valuta di riferimento grazie alla profondità e liquidità dei mercati finanziari statunitensi, alla solidità del sistema legale e alla capacità di garantire tutela dei diritti di proprietà e certezza dei contratti. Sono caratteristiche che, secondo molti analisti, nessun’altra economia è in grado di offrire su scala comparabile nel breve periodo.
Dollaro USA: più debole, ma ancora dominante
Negli ultimi anni, tuttavia, alcuni segnali di cambiamento sono emersi. La quota del dollaro nelle riserve globali è scesa da oltre il 70% alla fine degli anni ’90 a poco più del 50% oggi, mentre altre valute come euro e renminbi hanno gradualmente guadagnato spazio.
Anche la performance recente ha contribuito al dibattito: nel 2025 il dollaro ha registrato uno dei peggiori risultati degli ultimi decenni, penalizzato da politiche economiche incerte e da un calo della fiducia degli investitori.
Nel 2026, la valuta americana ha trovato temporaneo supporto con l’aumento delle tensioni geopolitiche, salvo poi indebolirsi nuovamente con il raffreddamento dei prezzi del petrolio e le prospettive di tregua tra USA e Iran.
Il ruolo della Cina e i limiti del renminbi
Tra le alternative più citate c’è il renminbi cinese, al centro di una strategia di lungo periodo per l’internazionalizzazione della valuta. Tuttavia, il suo peso nelle riserve globali resta ancora limitato e, soprattutto, il sistema finanziario cinese presenta vincoli significativi, come la scarsa convertibilità e mercati dei capitali meno aperti.
Secondo molti strategist, questi limiti rendono improbabile un sorpasso nel breve periodo. Anche l’euro, pur essendo una valuta globale, non dispone ancora di un’infrastruttura finanziaria comparabile a quella statunitense in termini di profondità e integrazione.
Dollaro o non dollaro? Uno scenario intermedio
Tra le posizioni più estreme emerge quindi una visione intermedia: il dollaro USA potrebbe andare incontro a una graduale erosione del proprio ruolo, senza però perdere lo status di valuta di riferimento globale.
In questo scenario, la de-dollarizzazione non si tradurrebbe in una sostituzione, ma in una maggiore frammentazione del sistema monetario internazionale, con un ruolo crescente di valute alternative in specifiche aree o settori.
Per ora, più che di fine del dominio del dollaro, gli analisti parlano di un riequilibrio graduale: un processo lungo e complesso, destinato a evolversi nel tempo senza strappi improvvisi.