Tangente Enimont: quel processo che fece tremare la politica | Investire.biz

Tangente Enimont: quel processo che fece tremare la politica

Oggi è l'anniversario della morte di Raul Gardini, il finanziere italiano artefice della nascita di Enimont, al centro degli scandali della politica negli anni '90.

È il 23 luglio 1993, quando nel Palazzo Belgioioso, settecentesco immobile della Milano del salotto buono, viene trovato morto suicida Raul Gardini, grande finanziere e fondatore di Enimont.

Il motivo del gesto inconsulto è da imputarsi allo scandalo delle tangenti che il gruppo fondato dall' imprenditore ravennate ha versato al sistema politico per avere delle agevolazioni in ambito fiscale.

Quindi ripercorriamo tutta la vicenda che ha fatto tremare, all'inizio degli anni novanta, i piani alti della politica repubblicana e il gotha della finanza, nel cuore della stagione di Tangentopoli.

 

Enimont: pubblico e privato sotto lo stesso tetto

Corre l'anno 1988 quando Raul Gardini crea una joint venture tra due colossi della chimica: ENI, azienda pubblica leader nel settore degli idrocarburi, e Montedison, numero uno della chimica tra i gruppi privati e operante anche in altri settori come quello farmaceutico, energetico, metallurgico, agroalimentare, assicurativo e dell'editoria.

Il polo che ne nasce è una società che vede i due player spartirsi equamente le quote: 40% per entrambi, il resto è in mano ai mercati.

Il sodalizio però dura poco. Il dualismo porta a molte divergenze strategiche, così ENI tenta la scalata cercando di acquistare il 20% del flottante, attraverso una cordata di finanzieri vicino all'azienda pubblica. Come conseguenza di questo vi è l'incrinatura dei rapporti con il partner d'affari e la decisione di Gardini di cedere all'ente di Stato il 40% di proprietà di Montedison. 

 

Enimont: la maxi tangente nata per frodare il fisco

Il denaro incassato dalla cessione azionaria viene utilizzato per pagare le tangenti al sistema politico, attraverso l'intermediazione del finanziere Sergio Cusani che in quel periodo è un illustre dirigente della famiglia Ferruzzi, socio di maggioranza di Montedison.

Così risulta dall'inchiesta Mani Pulite condotta dall'allora pubblico ministero Antonio Di Pietro e che vede coinvolti quasi tutti i partiti della Prima Repubblica.

Come contropartita della tangente incassata, i politici promettono una defiscalizzazione generale delle plusvalenze che Montedison realizza con l'attribuzione di parte delle attività a Enimont. Le somme intascate arrivano fino a 150 miliardi di vecchie lire e almeno 90 miliardi passano attraverso lo IOR, che è la banca del Vaticano.

Il mezzo attraverso cui avviene il giro di denaro è con l'attribuzione agli esponenti dei partiti di titoli di Stato, che vengono detenuti in conti off-shore presso l'istituto di credito religioso. Questi titoli sono gestiti direttamente dal direttore dello IOR, Monsignor Donato De Bonis, che attraverso vari intermediari si occupa di convertire in denaro liquido le somme immobilizzate e di stornarle presso banche estere.

 

Tangente Enimont: le condanne definitive

L'inchiesta è un vero terremoto giudiziario che mette in subbuglio i vertici delle istituzioni repubblicane. Gli arresti fioccano così come, per i politici, i rinvii a giudizio, che però devono passare per il vaglio dell'aula parlamentare.

Nel bel mezzo dello scandalo e della vergogna si suicida nel carcere di San Vittore, Gabriele Cagliari, presidente dell'ENI dal 1989 al 1993. Poco dopo tocca a Raul Gardini come raccontato sopra.

Tra tutti gli imputati accusati di corruzione, Sergio Cusani è l'unico a chiedere e ottenere il rito abbreviato, ma il suo processo è inghiottito dal ciclone che investe tutto il mondo politico-finanziario e che produce indagini su indagini e interrogatori su interrogatori.

Le prime condanne arrivano il 27 ottobre del 1995, per tutti i personaggi di spicco della politica e della finanza italiana. Per Sergio Cusani però la sentenza di primo grado viene pronunciata il 28 aprile 1994 e comporta una condanna di 8 anni.

Dopo la sentenza d'appello emessa il 7 giugno 1997, che vede alcuni imputati patteggiare la pena con la Procura, arriva per Cusani la condanna definitiva in Cassazione a 5 anni e 10 mesi il 21 gennaio 1998. Mentre per gli altri, il 13 giugno dello stesso anno si emettono questi verdetti:

  • Arnaldo Forlani: 2 anni e 4 mesi;
  • Severino Citaristi: 3 anni;
  • Giuseppe Garofano: 3 anni;
  • Carlo Sama: 3 anni;
  • Luigi Bisignani: 2 anni e 6 mesi;
  • Romano Venturi: 1 anno e 8 mesi;
  • Alberto Grotti: 1 anno e 4 mesi;
  • Renato Altissimo: 8 mesi;
  • Umberto Bossi: 8 mesi;
  • Alessandro Patelli: 8 mesi;
  • Giorgio La Malfa: 6 mesi e 20 giorni;
  • Egidio Sterpa: 6 mesi.

Poco meno di un mese dopo, esattamente il 10 luglio 1998, un'altra sentenza passa in giudicato, quella di Paolo Cirino Pomicino, con 1 anno e 8 mesi di reclusione. Mentre per altri due personaggi eccellenti del panorama politico italiano, Bettino Craxi e Claudio Martelli, bisogna rifare il processo d'appello.

Il 1° ottobre 1999 Craxi viene condannato a 3 anni ma la pena non può essere scontata in quanto l'ex segretario del PSI e Primo Ministro della Repubblica muore ad Hammamet tre mesi dopo. Mentre per Claudio Martelli viene confermata la sentenza d'appello a 8 mesi di carcere il 21 marzo 2000.

Con quest'ultima condanna si chiude definitivamente un processo che ha aperto uno squarcio nell'intreccio tra politica e alta finanza e che ha lasciato un segno indelebile nella storia delle istituzioni repubblicane.

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