Le conseguenze del coronavirus sulle valute asiatiche

Anche le valute risentono di quanto sta accadendo in Cina (e nel mondo) con l’epidemia da coronavirus. In particolare, la Thailandia, seconda economia del sud-est asiatico, accusa il colpo inferto da una economia nazionale troppo dipendente dalla domanda esterna, soprattutto da quella cinese.

Dipendenza dalla domanda cinese

Numeri alla mano si parla di un rischio per le esportazioni che coprono il 6% del Pil tailandese. Risultato: la valuta nazionale, il bath thailandese, è crollato, segnando una delle peggiori performance nell’intero paniere delle valute asiatiche. Un risultato che pone la divida in una posizione di forte volatilità dal momento che la stessa moneta era stata eletta come quella che aveva registrato la migliore performance tra le divise asiatiche nel 2019, arrivando a toccare il +7,9% sul dollaro Usa. Come misura precauzionale, la banca centrale tailandese ha pensato di mettere in atto alcune misure di accomodamento monetario.

Le decisioni della banca centrale thailandese

Tra queste anche quella di alleggerire i tassi di interesse di 25 punti base per la terza volta dopo quanto già fatto ad agosto e novembre del 2019. La decisione ha preso alla sprovvista la comunità degli analisti che, unanimemente, ha definito la misura come relativamente insufficiente. Infatti l’unica via di uscita per la nazione è quella di staccare l’economia dalla dipendenza cinese, stimolando la domanda interna potenziando investimenti e consumi.

La Cina taglia i dazi su merci Usa

Intanto si continuano ad evidenziare le altre conseguenze del coronavirus sull’economia mondiale, cinese in primis. Ad iniziare dai dati macro. O per meglio dire al rischio di un ritardo della loro pubblicazione. Ritardo dovuto, anche, allo stato di quarantena che grava sulla provincia di Hubei, quella che comprende la città di Wuhan, centro dell’epidemia, nonché tra le province economicamente più produttive della nazione. Intanto il governo di Pechino ha fatto sapere di aver dimezzato i dazi che gravano su circa 1.600 merci statunitensi (per un valore complessivo di 75 miliardi di dollari) dal 14 febbraio. A confermarlo, anche la Commissione sulle tariffe del Consiglio di Stato. A spingere verso una decisione del genere è stata la penuria di merci, a causa del rallentamento produttivo dettato dall’epidemia.

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