Panico 1907: lo short squeeze che collassò Wall Street | Investire.biz
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Panico 1907: lo short squeeze che collassò Wall Street

Il 22 ottobre del 1907 nella Borsa americana si scatenò il panico generale perché molte banche furono sull'orlo della bancarotta. Raccontiamo come andò tutta la storia

Il mese di ottobre non è molto ben augurante per la Borsa americanaIl giorno 19 del 1987 ci fu il lunedì nero di Wall Street dove le quotazioni registrarono il peggior calo in un giorno della storia della Piazza finanziaria statunitense. Il 29 ottobre del 1929 scoppiò quella che passò alla storia per la Grande Crisi, dove il crash finanziario iniziò un periodo buio per l'economia USA che si riflesse in tutto il mondo. Ancora prima, il 22 ottobre del 1907, vi fu un'altra tremenda crisi finanziaria, conosciuta come il Panico dei banchieri, in cui l'indice della Borsa di New York subì un crollo che fece perdere circa il 50% dal picco dell'anno precedente.

 

22 ottobre 1907: cosa successe quel giorno

Tutto iniziò con una manovra speculativa adottata per far salire il prezzo delle azioni della United Copper Company di Augustus Heinze, attraverso un'acquisizione di enormi quantità di titoli. Il sistema fu studiato dai fratelli August e Otto Heinze e dal noto banchiere Charles Morse.

In quel periodo vi erano molti operatori che avevano preso in prestito le azioni della società per speculare al ribasso. Otto quindi studiò una mossa per spiazzare i venditori allo scoperto: far salire il valore delle azioni e costringerli a ricomprare i titoli per coprire le loro posizioni a prezzi alti. Un fenomeno questo noto come short squeeze che abbiamo visto recentemente con i meme stock come GameStop, AMC Entertainemnt, etc.

L'operazione avrebbe avuto bisogno di un istituto in grado di finanziare l'acquisto delle azioni, così i 3 si incontrarono con Charles Barney, Presidente della fiduciaria Knickerbocker Trust Company, che in passato aveva appoggiato altre manovre di Morse. Barney però si tirò indietro in quanto ritenne che quella compressione di vendita richiedeva molto più denaro di quanto ve ne era a disposizione. Il tentativo di speculazione però fu fatto lo stesso e il 14 ottobre iniziarono gli acquisti massicci delle azioni.

La United Copper a quel punto cominciò a salire in Borsa, con le quotazioni che passarono in un giorno da 39 a 52 dollari. Il giorno successivo gli Heinze chiesero ai venditori allo scoperto la restituzione delle azioni prese in prestito e il titolo volò a 60 dollari. Questi però riuscirono a trovare altri titoli in prestito da fonti diverse e il mercato iniziò a svoltare, facendo precipitare le azioni a 30 dollari. Nel panico generale, gli operatori continuarono a vendere a mani basse e il mercoledì del 16 ottobre il titolo collassò a 10 dollari.

Era chiaro che tutto fosse stato valutato in maniera erronea e l'azienda si trovava praticamente fallita. A quel punto si scatenò una reazione a catena disastrosa. La New York Stock Exchange sospese i diritti di negoziazione di Otto Heinze e la State Savings Bank di proprietà di Augustus Heinze dichiarò lo stato di insolvenza. Costui era Presidente anche della Mercantile National Bank, che appoggiava le operazioni speculative. In quel contesto i correntisti si precipitarono presso gli sportelli dell'istituto per ritirare i propri risparmi.

Da lì partì un effetto domino, in quanto la corsa selvaggia a prelevare il proprio denaro coinvolse anche la Bank of North America e la New Amsterdam National di Charses Morse, socio di Heinze. Tutto questo spinse la Camera di Compensazioni di New York, consorzio delle banche della città, a chiedere a Morse e Heinze di dimettersi da tutte le cariche ricoperte presso gli istituti di credito.

La situazione precipitò del tutto quando il panico dei correntisti colpì anche la fiduciaria Knickerbocker per via delle passate frequentazioni del suo Presidente Charles Barney con gli Heinze. Il martedì del 22 ottobre 1907 furono prelevati circa 8 milioni di dollari e le cronache dell'epoca riportano che per ogni correntista che usciva dalla Knickerbocker ne entravano 10 per ritirare i fondi.

A mezzogiorno la banca dovette chiudere battenti e la notizia paralizzò altre banche e fiduciarie che sospesero la concessione di prestiti. Il contagio si estese ad altre grandi fiduciarie come ad esempio la Trust Company of America e la Lincoln Trust Company. Le quotazioni di Borsa a quel punto sprofondarono gettando il mercato nel panico più assoluto.

 

Panico 1907: l'intervento di JP Morgan

All'epoca ancora non esisteva la Federal Reserve che avrebbe potuto iniettare liquidità nel sistema per provare a calmare i mercati. Vi era però un istituto di grande prestigio che spesso aveva funzionato come equilibratore: la JP Morgan & Co. Il suo Presidente John Pierpont Morgan era allora il più ricco e famoso banchiere di Wall Street, con una certa esperienza in termini di gestione di crisi simili, come quella del 1893 dove fornì il suo aiuto al Dipartimento del Tesoro USA.

Così Morgan decise di esaminare i libri contabili della Knickerbocker nella speranza di vedere se ci fossero le condizioni per fornire quella liquidità necessaria per frenare la corsa agli sportelli. L'esame delle carte però diede un esito negativo: la banca fiduciaria non poteva essere salvata.

Il pomeriggio del 22 ottobre, in piena tempesta dei mercati, la Trust Company of America chiese aiuto a JP Morgan. Il Presidente della banca più importante del mondo conferì con George Baker, Presidente della First National Bank, James Stillman, numero uno della National City Bank of New York e George Cortelyou, Segretario del Tesoro americano. Insieme decisero di dare il via a un'iniezione di liquidità per 8,25 milioni di dollari, in modo tale da evitare la chiusura il giorno dopo della Trust Company. Il Tesoro depositò poi 25 milioni di dollari in varie banche di New York pronte al collasso e l'uomo più ricco d'America, John Rockefeller, 10 milioni nella National City Bank.

Nonostante questo, le banche newyorchesi ridussero drasticamente la concessione di prestiti per effettuare operazioni di Borsa. Questo comportò che i titoli azionari continuavano a perdere. Martedì 24 ottobre il Presidente della Borsa di New York, Ransom Thomas, comunicò a John Pierpont Morgan che se continuava quella situazione le contrattazioni sarebbero state chiuse con effetti drammatici sulle società quotate.

Preso atto della situazione Morgan convocò i rappresentanti delle principali banche della città per mettere insieme una potenza di fuoco che potesse arrestare il sell-off selvaggio che orami aveva contaminato la Borsa di New York. Dopo un quarto d'ora di riunione 14 banche avevano raccolto già 23,6 milioni di dollari per evitare il collasso. Quel giorno i mercati respirarono, ma già il venerdì seguente fu nuovamente caos, con i corsi azionari che precipitarono in maniera inarrestabile.

Morgan tornò nuovamente a coinvolgere le stessa banche, che stavolta misero in piedi appena 9,7 milioni di dollari, denaro sufficiente per schivare la chiusura di Wall Street. Il denaro riversato sulle azioni e i messaggi rassicuranti rilasciati dalle varie Autorità contribuirono a riportare la calma, ma un'altra mina era pronta a scoppiare. Sabato 2 novembre, la More & Schely, una delle più grandi società finanziarie di intermediazione di valori mobiliari, rischiava la bancarotta travolta dai debiti. I prestiti delle banche alla società erano ancorati alle azioni della Tennessee Coal, Iron and Railroad Company poste come garanzia.

Le quotazioni del titolo però erano scese drammaticamente e le banche avrebbero chiesto alla More & Schely il rientro dal finanziamento. A quel punto la società finanziaria avrebbe dovuto vendere le azioni in garanzia, scatenando un altro tracollo e un'ulteriore ondata di paura nei mercati. Per evitare il disastro, lo stesso sabato Morgan si riunì con i vertici della società e propose che la U.S. Steele Corporation acquisisse la TC&I.

Tutta la notte e la giornata di domenica furono trascorse nella biblioteca di Morgan per trovare un accordo tra le parti. Il progetto di acquisizione però aveva ancora un ostacolo da superare che in quel momento sembrava insormontabile: il Presidente alla Casa Bianca, Theodore Roosevelt, era un fermo oppositore delle operazioni di monopolio e avrebbe imposto il veto all'accordo. Così i soggetti coinvolti fecero un'opera di convincimento mostrando il grave rischio che avrebbe corso la Borsa americana se non si fosse dato il via libera al deal prima dell'apertura delle contrattazioni del lunedì.

Inizialmente Roosevelt rimase fermo sulle sue posizioni ma, una volta esaminate le carte, si rese conto della situazione di emergenza e fece uno strappo alla regola. La notizia dell'accordo ebbe un effetto di una portata talmente ampia che risollevò il clima di fiducia a Wall Street. Stavolta si poteva dire che il panico del 1907 fosse giunto a termine.

Lo shock del 1907 non passò senza lasciare traccia. Infatti l'anno seguente il senatore degli Stati Uniti Nelson Aldrich istituì una Commissione Parlamentare che egli stesso presiedette per fare luce sulle cause che avevano portato a quella crisi. Da lì fu avanzata l'idea di istituire una Banca Centrale che facesse fronte a situazioni di tale portata. Così nel 1913 fu fondata la Federal Reserve.

 

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