Il cambio USD/JPY torna a guardare quota 160, dopo che l’intervento congiunto di Stati Uniti e Giappone di fine luglio aveva inizialmente rafforzato lo yen. Il dollaro è passato da quasi 164 yen a circa 155, ma nel giro di poche settimane ha recuperato gran parte del terreno perso, tornando in area 159.
Il movimento riapre il dibattito sulla possibilità di un nuovo intervento sul mercato valutario. La soglia dei 160 yen per dollaro rappresenta infatti non solo una resistenza psicologica, ma anche un possibile livello di attenzione per le autorità giapponesi.
Il precedente intervento ha mostrato la capacità di Tokyo di interrompere rapidamente una fase di forte debolezza della valuta, ma anche i limiti di una strategia che non agisce sulle cause strutturali del deprezzamento dello yen.
L’intervento ha fermato il movimento, ma non il carry trade
Il fattore chiave resta il differenziale dei tassi di interesse tra Stati Uniti e Giappone. Finché finanziare posizioni in yen rimane relativamente economico e gli investimenti in attività denominate in dollari offrono rendimenti superiori, il carry trade conserva una forte attrattiva.
I dati del Ministero delle Finanze giapponese mostrano che, nelle due settimane terminate il 15 agosto, gli investitori giapponesi hanno acquistato oltre 5.000 miliardi di yen di attività estere, tra azioni e obbligazioni a lungo termine, rispetto a vendite nette per oltre 300 miliardi nelle due settimane precedenti.
Il rafforzamento temporaneo dello yen avrebbe quindi rappresentato per molti investitori un'opportunità per acquistare attività estere a prezzi più favorevoli, anziché un motivo per rimpatriare stabilmente i capitali. La dinamica suggerisce che l’intervento valutario abbia agito soprattutto sui sintomi, senza modificare l’incentivo economico alla ricerca di rendimenti più elevati all’estero.
L’inflazione aumenta la pressione sulla Bank of Japan
A complicare il quadro per la BoJ arriva però un’inflazione ancora sufficientemente elevata da giustificare un ulteriore irrigidimento della politica monetaria.
A luglio l’inflazione complessiva giapponese è salita all’1,9% su base annua, il livello più alto dell’anno, mentre l’inflazione core, che esclude i prezzi dei prodotti alimentari freschi ma include l’energia, si è attestata all’1,8%, in linea con le attese. L’indice che esclude sia alimentari freschi sia energia è invece salito all’1,9%.
Le pressioni sui prezzi sono alimentate anche dall’aumento dei costi energetici e dalla debolezza dello yen, che rende più costose le importazioni. I prezzi alla produzione sono cresciuti del 7,2% a luglio, indicando possibili ulteriori pressioni sui prezzi al consumo nei prossimi mesi.
Questi dati hanno rafforzato le aspettative di un possibile rialzo dei tassi della BoJ a settembre, quando il tasso di riferimento potrebbe passare dall’attuale 1% all’1,25%.
Il differenziale con gli Stati Uniti rimane però elevato
Il problema è che, nonostante la normalizzazione monetaria giapponese, il differenziale dei rendimenti continua a favorire il dollaro. Il rendimento del Treasury USA a 10 anni si mantiene infatti significativamente sopra quello del JGB decennale. Il rendimento del titolo giapponese ha raggiunto il 2,945%, massimo dal 1996, ma il divario con gli Stati Uniti resta ampio.
Per invertire in maniera più duratura la tendenza di USD/JPY potrebbe quindi non bastare un singolo intervento sul mercato valutario. Sarebbe necessario un cambiamento più strutturale delle aspettative sui tassi, con una BoJ più aggressiva e, contemporaneamente, rendimenti statunitensi meno elevati.
Anche il mercato obbligazionario USA conta
Sul fronte americano, le dinamiche dei Treasury rappresentano un altro elemento da monitorare. Il Tesoro USA ha recentemente annunciato il raddoppio dei riacquisti programmati di titoli a lunga scadenza, portandoli ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione, mentre il segretario Scott Bessent ha lasciato intendere che gli importi potrebbero essere ulteriormente aumentati.
L’annuncio aveva inizialmente spinto al ribasso i rendimenti e penalizzato il dollaro, ma il movimento si è successivamente invertito. Il Treasury a 10 anni è tornato sopra il 4,7%, mentre il rendimento del trentennale si è mantenuto sopra il 5,2%.
Finché i rendimenti statunitensi resteranno elevati, quindi, lo yen potrebbe continuare a incontrare difficoltà anche in presenza di una BoJ più restrittiva. Analizziamo ora il quadro grafico del cambio sulla piattaforma xStation 5 di XTB.
Forex, USD/JPY: il quadro tecnico

Dal punto di vista tecnico e di mercato, 160 yen per dollaro è il livello chiave. Un superamento stabile potrebbe riaprire la strada verso i massimi precedenti in area 163-164, dove era partito l’intervento congiunto di fine luglio.
Al contrario, una nuova fase di rafforzamento dello yen riporterebbe l’attenzione prima verso quota 157,6 e successivamente verso l’area 155, raggiunta dopo l’intervento. Al momento il cambio rimane a ridosso dell’area di resistenza dinamica espressa dalle SMA a 8 e 21 giorni, che potrebbero limitare il rialzo nel brevissimo termine. Eventuali posizioni in acquisto potrebbero essere valutate da area 157-158.
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