L’indipendenza ha un prezzo. La scorsa settimana, per la Federal Reserve, è stato di 25 punti base. Dopo i dati sull’inflazione, il rialzo dei tassi era ormai scritto nei prezzi. Meno scontato era ciò che sarebbe arrivato dopo. Kevin Warsh ha lasciato aperta la porta a nuove strette entro fine anno se la corsa dei prezzi non dovesse rallentare.
Un’ipotesi che petrolio ed energia, ancora su livelli elevati, continuano ad alimentare. Sulla carta, non esattamente musica per Wall Street. Eppure, superato il primo contraccolpo, gli investitori hanno trovato qualcosa da festeggiare. A poche settimane dalle elezioni di Mid Term, Donald Trump avrebbe preferito una Fed più accomodante. Warsh e il FOMC hanno scelto invece di seguire la propria bussola. Ed è forse questo il segnale che il mercato ha apprezzato di più.
Dopo un avvio d’ottava dominato dai dubbi sulla tecnologia, con chip e titoli legati all’AI sotto pressione, la prova di autonomia della Banca centrale ha riportato un po’ di fiducia. Una tregua, non ancora un’assoluzione. Petrolio, inflazione e rendimenti governativi restano lì, pronti a tornare protagonisti. Ma per una settimana Wall Street ha deciso di guardare altrove. E di brindare a quella cosa rara che, sui mercati, vale spesso più di 25 punti base: l’indipendenza.
PMI, il test che vale i tassi
Mercoledì 23 settembre i mercati avranno davanti uno dei loro termometri più rapidi: i PMI preliminari di Eurozona, Regno Unito e Stati Uniti. Sono indagini condotte tra i responsabili degli acquisti delle imprese e fotografano ordini, produzione, occupazione e prezzi. Sopra quota 50 indicano espansione, sotto 50 contrazione. La loro forza è la tempestività: arrivano prima di molti dati ufficiali e spesso anticipano la direzione del ciclo.
L’appuntamento sarà ancora più importante dopo le ultime mosse delle Banche centrali. La BCE ha appena alzato i tassi di 25 punti base, così come la Fed, mentre la Bank of England ha lasciato il costo del denaro al 3,75%. In tutti e tre i casi resta da capire quanto la crescita possa reggere senza alimentare nuove pressioni sui prezzi.
Ad agosto il quadro era espansivo: il PMI composito si è attestato a 52,0 nell’Eurozona, 52,5 nel Regno Unito e 56,0 negli Stati Uniti. Le attese per settembre indicano un lieve raffreddamento, rispettivamente verso 51,7, 52,3 e 55,5, mantenendo però tutte le economie sopra la soglia di crescita. Per i mercati conterà però anche come si arriverà a quei numeri.
Attività più debole insieme a minori pressioni sui prezzi alleggerirebbe il lavoro delle Banche centrali. Crescita robusta e costi ancora elevati renderebbero invece più credibile una politica restrittiva prolungata. Il termometro dei PMI, quindi, non misurerà soltanto quanto corre l’economia. Mercoledì dirà soprattutto quanta febbre inflazionistica è rimasta nel sistema. E sarà quella temperatura a orientare le prossime mosse di Francoforte, Londra e Washington.
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