La ruota dell’inflazione ha ripreso a girare e con essa quella dei mercati finanziari, impegnati nel consueto gioco di pesi e contrappesi. Da una parte Wall Street, con S&P 500 e Nasdaq ai massimi storici; dall’altra il mercato obbligazionario, dove i rendimenti tornano a salire spinti dalle aspettative su prezzi e tassi d’interesse.
A imprimere il movimento sono stati i rincari delle materie prime degli ultimi mesi, soprattutto energetiche, che hanno riacceso i timori inflazionistici e costretto gli investitori a rivedere le prospettive di politica monetaria. Una dinamica che ha spinto il Treasury decennale oltre il 5,3% prima di un parziale ripiegamento, senza spegnere l’entusiasmo per l’azionario americano, ancora sostenuto da tecnologia e intelligenza artificiale.
Nel frattempo, il rafforzamento del dollaro sull’euro ha aggiunto un ulteriore ingranaggio: una valuta europea più debole rende più costose le materie prime denominate in dollari, alimentando le pressioni inflazionistiche nel Vecchio Continente. L’Europa, Italia compresa, rimane così ai margini della festa. Le difficoltà del settore bancario, penalizzato dalle tensioni sui titoli di Stato, e la debolezza di altri comparti hanno frenato i listini. La ruota ridistribuisce pesi e opportunità: resta da capire se il prossimo giro porterà un nuovo equilibrio o costringerà anche Wall Street a fare i conti con l’inflazione.
CPI USA, conto alla rovescia
Per la Fed, il 14 ottobre sarà soprattutto una questione di tempo: l’inflazione americana concederà alla Banca centrale lo spazio per aspettare ancora? Il CPI di settembre, in uscita alle 14:30 italiane, sarà uno degli ultimi dati decisivi prima del meeting del 27-28 ottobre e potrebbe modificare le attese sulla prossima mossa sui tassi.
Le stime indicano un’accelerazione dell’indice generale: +0,5% su base mensile e +3,7% annuo, dal +0,4% e +3,4% di agosto. Il dato core, al netto di alimentari ed energia, è invece atteso a +0,3% mensile e +2,5% annuo. Numeri che manterrebbero l’inflazione lontana dal target del 2%, in un contesto reso più complesso dal petrolio elevato, dalle tensioni sulle catene di fornitura e dalle pressioni ancora presenti sui prezzi dei servizi. Per la Fed il margine di errore si è però ristretto.
A settembre la Banca centrale ha alzato i tassi di 25 punti base, ma il rallentamento del mercato del lavoro e un PCE core meno caldo delle attese hanno ridotto l’urgenza di un nuovo intervento immediato. Il FedWatch del CME assegna oggi circa il 22% di probabilità a un altro rialzo da 25 punti base il 28 ottobre, lasciando come scenario nettamente prevalente una pausa.
Il CPI può quindi spostare l’equilibrio. Una sorpresa al rialzo riaprirebbe il dossier ottobre, alimentando le attese di una Fed più aggressiva e nuove pressioni sui rendimenti Treasury. Un dato più morbido rafforzerebbe invece l’ipotesi di un rinvio della stretta. Il 14 ottobre non dirà tutto, ma stabilirà quanto tempo la Fed potrà ancora permettersi di aspettare prima di tornare ad agire.
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