Dall’euforia alla cautela, nel giro di poche ore. I mercati hanno vissuto una settimana a due velocità: prima gli acquisti alimentati dalle brillanti trimestrali di SpaceX e Super Micro Computer, poi le vendite da giovedì. A volare sul sentiment degli operatori tre cigni grigi: materie prime, rendimenti obbligazionari e geopolitica.
Tre rischi noti, ma non per questo meno insidiosi. Il primo è il petrolio, tornato a salire sulle tensioni in Medio Oriente, riaccendendo i timori inflazionistici. Il secondo è il mercato del debito, con la Francia nell’occhio del ciclone: i rendimenti degli OAT a 10 anni hanno superato il 5%, sui massimi dal maggio 2002, lo spread con il Bund è balzato ai livelli della crisi del debito sovrano del 2011. Nonostante l’attesa di un declassamento, Moody’s ha confermato il rating sovrano ad “Aa3” con prospettive negative.
Il terzo cigno è politico: le indiscrezioni su una possibile nuova offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran dopo le rispettive elezioni alimentano il nervosismo. La crescita degli utili resta un sostegno, ma non basta più a rassicurare gli investitori. Perché i cigni grigi, a differenza di quelli neri, si vedono arrivare. Il problema è capire quanto male possano fare.
Banche centrali, tregua armata
Una tregua armata sui tassi: è il filo che unisce Fed, Banca Centrale Europea e Bank of Japan, attese al verdetto tra il 28 e il 30 ottobre. Dopo le strette di settembre, lo scenario prevalente è una pausa per tutte e tre. Ma l’inflazione impedisce di abbassare la guardia: fermarsi non significa aver concluso i rialzi. Mercoledì tocca alla Federal Reserve.
Il mercato sconta tassi fermi al 3,75-4%, previsione condivisa da 94 economisti su 100. Le pressioni sui prezzi mantengono aperta la strada a una nuova stretta a dicembre. Il punto sarà capire quali dati potrebbero convincere la Banca centrale a intervenire ancora.
Giovedì la BCE dovrebbe confermare il tasso sui depositi al 2,50%. Francoforte deve bilanciare la spinta inflazionistica del conflitto in Medio Oriente con una crescita che perde slancio. Le tensioni sul debito francese complicano il quadro: aumentare il costo del denaro rischia di aggravare le condizioni finanziarie. Anche qui, però, le attese indicano un rialzo a dicembre.
Venerdì chiuderà la BoJ, orientata a mantenere il tasso all’1,25%. L’inflazione di fondo vicina al 2% e uno yen debole sostengono ulteriori aumenti, senza imporre un’accelerazione immediata. Le nuove previsioni sui prezzi aiuteranno a valutare l’ipotesi di un passaggio all’1,50% a dicembre. Per obbligazioni, azioni e valute conteranno soprattutto i segnali sul dopo: la tregua armata potrebbe durare soltanto fino alla prossima riunione.
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