La scorsa è stata una settimana nervosa e volatile sui mercati finanziari. A catalizzare l’attenzione sono stati due macro-temi: la riunione della Fed e le trimestrali delle grandi aziende tecnologiche americane. Il FOMC ha votato a maggioranza, 9 voti a 3, per confermare i tassi nel range 3,5-3,75%.
La decisione era scontata dal mercato, che ha puntato il dito sui 3 voti contrari, segnale di un inedito dissenso tra i banchieri centrali USA e soprattutto di una Fed più “falco” nei mesi a venire. Inevitabilmente la curva dei rendimenti obbligazionari si è irripidita.
Nel frattempo è proseguita la ricerca dell’effetto wow nei conti delle aziende tech. E se la prima parte dell’ottava è stata all’insegna delle vendite, con il Nasdaq che, perdendo oltre il 10% dai massimi, ha registrato la sua seconda correzione tecnica del 2026, i solidi risultati di Microsoft hanno riportato fiducia tra gli operatori.
Restano però dubbi sulla redditività degli hyperscaler, con il mercato scottato dai flussi di cassa generati da Alphabet e Meta. Investimenti in forte crescita e cash flow deludenti rendono il tech ancora più sensibile alla politica monetaria. La ripartenza del petrolio, poi, non agevola l’ipotesi di un allentamento monetario nel breve. Sul mercato, al momento, volano i falchi.
Fed ferma, zero sconti sul 2%
La Federal Reserve ha confermato il corridoio dei Fed Funds al 3,50%-3,75%, ma i tassi fermi non significano toni morbidi sull’inflazione. La decisione non è stata unanime: tre governatori su dodici, Beth Hammack, Neel Kashkari e Lorie Logan, avrebbero preferito un rialzo di 25 punti base.
Il presidente Kevin Warsh, scelto da Trump per il profilo accomodante, ha chiarito subito i termini del mandato in conferenza stampa: “non esiste un obiettivo d’inflazione morbido”, ha detto, ribadendo che il target resta fissato al 2%.
Una precisazione utile, visto che i rendimenti lungo la curva dei Treasury sono saliti fino al decile più alto degli ultimi vent’anni. Warsh legge questo movimento come un segnale positivo: i mercati guardano ai dati reali più che alle indicazioni della Banca centrale, complice anche l’abbandono della forward guidance deciso dal nuovo presidente.
Attività in espansione, occupazione stabile, investimenti robusti: il quadro resta solido mentre l’inflazione permane sopra l’obiettivo per il sessantatreesimo mese consecutivo. Il presidente ha ridimensionato il peso dei tre voti contrari, definendo la squadra quella giusta per vincere la battaglia contro il carovita. Non ha escluso nuovi rialzi se l’inflazione dovesse confermarsi elevata, ma ha respinto l’idea di una “fine tuning” della politica monetaria. Tassi fermi, la linea resta quella di sempre: nessun obiettivo morbido, nessuno sconto sul 2%.
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