C’è uno Stretto che l’economia globale non può permettersi di vedere bloccato: quello di Hormuz, dove ogni giorno transita il petrolio che alimenta il pianeta, e dove le tensioni tra Washington e Teheran continuano a far tremare i mercati.
Ma esiste un secondo Stretto, meno geografico e più tecnologico: quello dei chip di memoria, indispensabili per l’intelligenza artificiale e altrettanto scarsi.
SK Hynix ha debuttato al Nasdaq raccogliendo 26,5 miliardi di dollari, la più grande emissione azionaria mai realizzata negli Stati Uniti da una società estera. Micron investirà oltre 250 miliardi di dollari entro il 2035 per soddisfare la domanda di memorie HBM, cruciali per i sistemi Nvidia, e Amazon ha collocato obbligazioni per 25 miliardi.
La liquidità globale, insomma, continua a scorrere copiosa proprio attraverso gli Stretti più critici: quello del petrolio e quello dei semiconduttori.
Finché i capitali continueranno ad attraversarli, i mercati potranno permettersi di restare cautamente ottimisti, sospesi tra la speranza di una soluzione del conflitto e l’attesa delle trimestrali USA che partono questa settimana. Come di consueto, prima sarà la volta delle grandi banche, poi focus sugli hyperscaler e sulle società più esposte all’intelligenza artificiale.
La Fed aspetta un numero
Tutto ruota attorno a un numero. Le minute del FOMC, il braccio operativo della Banca Centrale USA, hanno raccontato una Federal Reserve divisa, sospesa tra due strade opposte, e domani il Bureau of Labor Statistics pubblicherà l’atteso dato sull’inflazione di giugno che potrebbe finalmente indicare quale direzione prendere. Il verbale dell’incontro del 16-17 giugno, il primo guidato da Kevin Warsh, mostra un board unanime nel lasciare i tassi al 3,5-3,75%, ma tutt’altro che compatto sul futuro.
Alcuni membri vedevano già i presupposti per un rialzo immediato del costo del denaro, mentre altri preferivano attendere segnali più chiari sull’inflazione core, salita al 3,4% a maggio secondo le stime PCE. Se i prezzi rallenteranno, la maggioranza dei partecipanti è pronta a mantenere o abbassare i tassi; se restano elevati, spinti da tariffe, dal boom di investimenti nell’AI e dalle tensioni in Medio Oriente, scatterà una stretta monetaria.
Nessuna delle due ipotesi, però, viene trattata con urgenza: la Banca centrale preferisce aspettare dati concreti prima di muoversi. Le view più prudenti mantengono l’ipotesi di tassi fermi fino a fine 2027, ma ammettono che basterebbe poco per far pendere la bilancia verso un rialzo. Ecco perché il dato CPI in uscita domani rappresenta l’ago della bilancia che dirà ai mercati quale dei due sentieri disegnati dalle minute la Fed sceglierà di percorrere.
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