Il 6 maggio 2026, alle 3:40 del mattino ora di New York, sul mercato dei futures sul greggio vengono aperte quasi 10.000 posizioni ribassiste. Non c'è nessuna notizia a giustificarle. Settanta minuti dopo Axios pubblica lo scoop: la Casa Bianca si ritiene vicina a un accordo in 14 punti con l'Iran per porre fine alla guerra. In giornata il petrolio perde oltre il 7%.
Non è un episodio isolato: è il terzo in sei settimane, e la Commodity Futures Trading Commission (CFTC), l'autorità americana sui mercati dei derivati, ha aperto un'indagine. Nel frattempo, dal primo agosto, l'accesso anticipato alle comunicazioni del presidente americano non è più soltanto oggetto di accertamenti. È un prodotto in vendita, con un listino prezzi preciso.
I trade sospetti documentati
Il primo episodio risale al 23 marzo. Tra le 6:49 e le 6:50 del mattino, ora di New York, vengono aperte posizioni ribassiste su Brent e WTI per un controvalore stimato tra 500 e 580 milioni di dollari. Il volume registrato in quel minuto è circa nove volte la media abituale per quella fascia oraria. Un quarto d'ora più tardi Trump pubblica su Truth Social un messaggio sull'andamento positivo dei colloqui con l'Iran e sulla prospettiva di de-escalation. Il greggio scende.
Il secondo episodio è del 7 aprile. Alle 19:45 GMT vengono venduti circa 8.600 lotti complessivi, 6.200 sul Brent e 2.400 sul WTI, per un controvalore stimato intorno ai 950 milioni di dollari. Ciascuna delle due gambe rappresenta circa l'1% del volume dell'intera sessione regolare, una quota molto elevata per un singolo blocco. Alle 22:30 GMT, due ore e quarantacinque minuti più tardi, Trump annuncia un cessate il fuoco di due settimane con l'Iran, con garanzia di transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Il giorno successivo il Brent perde il 15,9% chiudendo a 92,30 dollari, il WTI il 16,5%.
Questi due episodi sono ricostruiti su dati LSEG ripresi da Reuters: non sono stime, sono rilevazioni di flusso sugli ordini effettivamente eseguiti.
Il terzo episodio è quello del 6 maggio descritto in apertura. Qui occorre una precisazione, perché è il punto in cui le ricostruzioni divergono di più. Il crollo del prezzo è documentato dalle cronache di mercato. La quantificazione della posizione, stimata intorno ai 920 milioni di dollari, e del guadagno realizzato, stimato in circa 125 milioni, proviene invece dall'analisi di una newsletter finanziaria privata, costruita sui volumi pubblici. È un calcolo plausibile, ma resta una stima di parte terza, non un accertamento di un'autorità. In diverse riprese successive la stessa cifra è comparsa raddoppiata, fino a 1,7 miliardi, senza che nessuno abbia mai spiegato da dove venisse l'incremento.
Va detto anche cosa non risulta. Nelle ricostruzioni che circolano compaiono due ulteriori episodi, uno datato 17 aprile e uno 21 aprile, con posizioni rispettivamente da 760 e da 430 milioni di dollari. I movimenti di prezzo di quelle giornate sono reali: il 17 aprile, dopo l'annuncio del ministro degli Esteri iraniano Araghchi sulla riapertura completa dello Stretto di Hormuz, il Brent è sceso dell'11,5% a 87,94 dollari. Le operazioni finanziarie associate a quelle date, invece, non trovano riscontro in alcuna fonte verificabile.
L'indagine della CFTC
Il 15 aprile Bloomberg rivela che la Commodity Futures Trading Commission ha avviato accertamenti sulle operazioni che hanno preceduto gli annunci dell'amministrazione sull'Iran. L'indagine riguarda le piattaforme NYMEX del gruppo CME e ICE.
L'elemento tecnicamente rilevante è che il regolatore ha richiesto alle Borse i cosiddetti dati Tag 50, ossia i codici identificativi che consentono di risalire all'operatore che ha materialmente immesso l'ordine. È il presupposto necessario per attribuire un nome a una posizione.
La sollecitazione politica è arrivata da una lettera dei senatori Elizabeth Warren e Sheldon Whitehouse al presidente del CFTC Michael Selig; separatamente, il deputato Ritchie Torres ha chiesto un intervento congiunto di SEC e CFTC.
A quasi quattro mesi dall'avvio, l'indagine non ha prodotto alcun esito pubblico: nessun operatore identificato, nessuna contestazione formale, nessun nome. Le istruttorie di questo tipo richiedono ordinariamente tempi lunghi, e il silenzio non equivale né a una conferma né a un'archiviazione. Ma è un dato di fatto che va tenuto fermo in qualsiasi lettura della vicenda.
L'accusa iraniana e i suoi limiti
A metà luglio la testata investigativa americana Drop Site News, poi ripresa fra gli altri da Democracy Now, New Republic e Common Dreams, pubblica una ricostruzione basata su una fonte iraniana.
Secondo quel racconto, durante i colloqui tra Stati Uniti e Iran sul lago di Lucerna, in Svizzera, a fine giugno, la delegazione di Teheran avrebbe fatto pervenire un messaggio riservato al vicepresidente JD Vance. Nel messaggio l'inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner venivano descritti come intenti ad "abusare" del proprio accesso al tavolo negoziale, e più interessati a sfruttare informazioni riservate per ottenere profitti sui mercati finanziari che a raggiungere un'intesa. La stessa fonte riferisce di lamentele iraniane su fughe di notizie da Kushner verso il governo israeliano.
Sempre secondo la ricostruzione, a giugno l'Iran avrebbe quantificato in 9 miliardi di dollari i profitti della presunta manipolazione, e avrebbe formalizzato per iscritto la richiesta che 4,5 miliardi, esattamente la metà, venissero destinati alla parte iraniana.
Quest'ultimo dettaglio è decisivo per valutare il peso della fonte. Un soggetto che denuncia un illecito e nello stesso documento rivendica metà del profitto che attribuisce all'illecito non è una fonte disinteressata. Non ne consegue che stia mentendo, ma ne consegue che ha un interesse economico diretto nella cifra che comunica. E quella cifra, i 9 miliardi, è un calcolo prodotto da Teheran, su dati propri, con una metodologia mai resa pubblica.
La Casa Bianca ha respinto integralmente la ricostruzione. Vance l'ha definita "completamente falsa", ha negato di aver mai ricevuto alcun messaggio riservato dagli iraniani, ha descritto Witkoff e Kushner come membri fidati della squadra presidenziale e ha giudicato "assurda" l'ipotesi che operino sulla base di informazioni riservate.
Il punto da fissare è dunque questo: da un lato operazioni di mercato documentate nei volumi e negli orari, dall'altro un'attribuzione di responsabilità che proviene da un governo in posizione negoziale avversa, che chiede una percentuale, ed è stata smentita in modo categorico. Nessuna autorità di vigilanza ha collegato quelle operazioni a quelle persone.
Truth API: dall'illecito al listino prezzi
Il primo agosto 2026 Trump Media & Technology Group ha lanciato la Truth API.
Si tratta di un flusso dati a pagamento che recapita a clienti istituzionali i post di Trump e degli altri account principali di Truth Social in tempo reale, con un vantaggio di latenza rispetto alla fruizione ordinaria. Il canone arriva fino a 100.000 dollari al mese e la clientela di riferimento è esplicitamente costituita da hedge fund, società di trading algoritmico e istituzioni finanziarie.
La rilevanza per i mercati non è teorica. È lo stesso canale attraverso il quale sono transitati gli annunci su dazi, negoziati con l'Iran e politica energetica che hanno prodotto, come si è visto, movimenti a doppia cifra sul greggio nell'arco di una singola seduta. Trump controlla attraverso un trust oltre il 40% di Trump Media, e beneficia quindi direttamente dei ricavi generati dalla vendita dell'accesso anticipato alle proprie comunicazioni.
Il deputato Jamie Raskin, capogruppo democratico nella Commissione Giustizia della Camera, ha aperto un'indagine parlamentare sull'iniziativa. Un ex legale della SEC ha dichiarato che convogliare informazioni non pubbliche verso la società di media del presidente per distribuirle ad alta velocità ai suoi investitori istituzionali rappresenta un passo verso la normalizzazione dell'insider trading, con effetti sull'integrità dei mercati americani.
È utile notare come cambi la natura del problema. L'ipotesi oggetto dell'indagine CFTC, se confermata, costituirebbe un illecito: l'utilizzo di informazioni riservate di natura pubblica per operare sui mercati. È difficile da provare, richiede l'identificazione degli operatori, e a quattro mesi dall'avvio non ha ancora prodotto nomi.
La Truth API produce un effetto economico per molti versi analogo, ma lo produce alla luce del sole, attraverso un contratto commerciale ordinario. Non c'è nulla da dimostrare, perché non c'è nulla di occulto.
Cosa guardare nelle prossime settimane
Tre elementi meritano attenzione. Il primo è l'esito dell'istruttoria CFTC: l'eventuale identificazione degli operatori tramite i dati Tag 50 chiuderebbe la parte fattuale della vicenda in un senso o nell'altro. Il secondo è l'indagine parlamentare avviata da Raskin sulla Truth API, che indicherà se esiste una maggioranza disponibile a intervenire sul piano normativo. Il terzo è il comportamento del greggio in prossimità dei prossimi passaggi negoziali con l'Iran: la ripetizione o meno di anomalie di volume nelle ore precedenti agli annunci è, di fatto, l'unico test in tempo reale disponibile all'osservatore esterno.
Il quadro complessivo è questo. Esistono operazioni di mercato documentate e anomale nei tempi. Esiste un'indagine federale aperta da quattro mesi che non ha ancora attribuito responsabilità. Esiste un'accusa circostanziata ma proveniente da una fonte con un interesse economico dichiarato, e smentita dalla controparte. Ed esiste, da tre giorni, un servizio in abbonamento che vende legalmente ciò che l'indagine sta cercando di accertare se qualcuno abbia ottenuto illegalmente.
L'ultima di queste quattro circostanze è l'unica che non richiede alcuna verifica. Ed è probabilmente la più rilevante per chi investe.
Disclaimer: File MadMar.