Oro, rotta la resistenza: ora decidono le non-farm payrolls | Investire.biz

Oro, rotta la resistenza: ora decidono le non-farm payrolls

07 ago 2026 - 11:50

Miglior settimana da gennaio per il metallo giallo, ma il prezzo resta il 24% sotto il massimo. Le Banche centrali e Tether comprano, gli ETF vendono

L'oro viaggia intorno ai 4.254 dollari l'oncia e si avvia alla miglior chiusura settimanale da gennaio, con un guadagno vicino al 5% in cinque sedute. Sul grafico ha superato al rialzo sia una linea di tendenza discendente sia il triangolo simmetrico che comprimeva il prezzo da circa sei settimane. È il primo sviluppo tecnico rilevante da quando, a marzo, si è interrotta la corsa del metallo. La rottura di questi giorni, però, non è un nuovo massimo ma un recupero che lascia il prezzo ancora circa il 24% sotto il record.

 

 

 

Analisi Oro: che cosa è stato superato, e il livello che conta davvero

La rottura arriva con il prezzo stabilmente sopra le medie mobili di riferimento del breve periodo, con la media esponenziale a 50 periodi in area 4.178 e quella a 100 periodi a 4.133. Sopra, la strada è scandita da resistenze ravvicinate: la prima resistenza è 4.280, poi si entra nella fascia più importante.

Su quella fascia la resistenza successiva è a 4.300-4.329, dove passano insieme il livello di apertura del 2026 e la media mobile a 52 settimane. Finché quest'area non viene superata e mantenuta, il movimento resta tecnicamente un rimbalzo dentro una tendenza discendente. Oltre quella soglia si apre lo spazio verso 4.370 dollari e, più in alto, verso l'area 4.430 dollari.

Sul lato opposto, i riferimenti da monitorare sono 4.230, 4.200 e 4.160. Un ritorno sotto 4.195 riporterebbe il prezzo dentro la figura di compressione appena abbandonata, invalidando di fatto la rottura.

 

 

Il crollo del 2026, e perché è statisticamente ordinario

Il massimo storico è stato toccato il 29 gennaio a 5.598 dollari. Da lì è iniziata una correzione del 26%, che ha spinto il prezzo temporaneamente sotto i 4.000 dollari. Il solo mese di marzo ha prodotto un calo superiore al 10%, il peggiore da giugno 2013.

Le cause sono i due fattori che storicamente pesano di più sul metallo. Il primo è stata una sorpresa al rialzo sull'inflazione, seguita da una Federal Reserve tornata su posizioni più restrittive. Il secondo, che discende dal primo, è il rialzo dei tassi reali, cioè il rendimento dei titoli di Stato al netto dell'inflazione. Poiché l'oro non distribuisce cedole né dividendi, detenerlo comporta un costo opportunità che coincide esattamente con quel rendimento: quando i tassi reali salgono il costo aumenta e il prezzo scende, quando scendono accade il contrario. Nello stesso periodo si è aggiunto il rafforzamento del dollaro, che completa il quadro.

Vale la pena inquadrare quel meno 26% nella serie storica. Secondo i dati del World Gold Council, dal 1971 a oggi l'oro ha perso oltre il 20% dopo un massimo storico in otto occasioni distinte, con un calo medio del 36%. La correzione di quest'anno, quindi, si colloca al di sotto della media dei precedenti: un dato che non anticipa nulla sulla direzione futura, ma che ridimensiona la lettura di chi ha interpretato marzo come la fine del ciclo rialzista.

 

 

Chi comprava mentre il prezzo scendeva

La parte più interessante non sta sul grafico ma nei dati di domanda del secondo trimestre, ed è una divergenza netta tra due categorie di compratori.

Le Banche centrali hanno acquistato 289 tonnellate d'oro nel trimestre, in crescita del 62% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente e con il secondo trimestre più forte dell'intera serie storica. Hanno comprato mentre il prezzo scendeva. Nello stesso trimestre gli ETF sul metallo, lo strumento con cui si posiziona prevalentemente l'investitore occidentale, hanno registrato riscatti netti per 45 tonnellate. Il dettaglio geografico del primo semestre è ancora più esplicito: meno 61 tonnellate in Nord America, più 70 in Asia, più 8 in Europa. A luglio i riscatti dagli ETF sull'oro quotati negli Stati Uniti hanno raggiunto circa 5 miliardi e 300 milioni di dollari.

La spiegazione sta nell'orizzonte temporale. Chi compra un ETF misura il risultato ogni trimestre, utilizza soglie di uscita e reagisce alle aspettative sui tassi: è lo stesso pubblico che aveva accompagnato l'oro da 3.865 dollari di ottobre 2025 fino a 5.595 di gennaio sull'attesa di tagli, ed è uscito quando quei tagli sono stati rinviati. Una Banca centrale ragiona invece su un mandato pluridecennale e su un obiettivo di composizione delle riserve: se deve raggiungere una determinata quota di oro sul totale, un prezzo in calo non rappresenta un problema ma un'occasione di acquisto.

Il risultato di questo comportamento protratto per anni è forse la notizia strutturale più rilevante del 2026: l'oro ha superato i titoli di Stato statunitensi come principale asset di riserva a livello globale, arrivando a pesare circa il 27% delle riserve delle banche centrali contro il 22% dei Treasury.

Un contrappeso, però, esiste. Secondo una stima di Standard Chartered, circa 298 tonnellate detenute negli ETF sono state acquistate intorno ai 4.000 dollari e oggi valgono all'incirca quanto sono costate, per un controvalore vicino ai 38 miliardi di dollari. Sopra i prezzi attuali si concentra quindi un blocco di posizioni in attesa del pareggio, ed è una delle ragioni per cui la fascia tra 4.300 e 4.320 difficilmente verrà superata senza resistenza. Nel complesso la domanda totale del trimestre è stata di 1.269 tonnellate, sostanzialmente stabile su base annua, con un primo semestre a 2.522 tonnellate per un controvalore di circa 380 miliardi di dollari.

 

 

Tether, il compratore che non dovrebbe esserci

Dentro questa dinamica si è inserito un operatore anomalo. Tether, la società che emette USDT, la stablecoin più grande al mondo, a fine giugno deteneva 146 tonnellate di oro fisico per un controvalore di 18 miliardi e 800 milioni di dollari.

Il ritmo di accumulo è documentato: 6 tonnellate e mezza nel primo trimestre, 14 nel secondo, per un totale di circa 27 tonnellate nel semestre, pari a una media di 4 tonnellate e mezza al mese. Il solo acquisto del secondo trimestre vale quasi il 5% dell'intera domanda del settore ufficiale. Nell'arco degli ultimi sei trimestri la società ha acquistato circa 73 tonnellate, contro le circa 49 della Banca centrale cinese nello stesso periodo. Il ritmo dichiarato arriva fino a un miliardo di dollari al mese, con custodia in un caveau in Svizzera.

Il dato merita attenzione per quello che segnala, non per il volume in sé: l'emittente del principale dollaro sintetico in circolazione sta costruendo una riserva strategica con il bene di rifugio per eccellenza.

 

 

Il market mover di giornata: le non-farm payrolls americane

Alle 14:30 ora italiana vengono diffusi i dati sull'occupazione non agricola statunitense relativi a luglio. Il consenso indica circa 80.000 nuovi posti di lavoro, con il tasso di disoccupazione atteso stabile al 4,2%. Il termine di paragone è il dato di giugno, fermo a 57.000 posti e inferiore alle attese di allora, mentre la rilevazione privata di ADP ha segnalato per luglio appena 44.000 assunzioni nel settore privato, sotto le stime.

Il canale di trasmissione verso il metallo è quello già descritto: un mercato del lavoro debole avvicina il taglio dei tassi, comprime i rendimenti reali e riduce il costo di detenere oro. Da qui i tre scenari.

Un dato sotto i 50.000 posti, o accompagnato da revisioni al ribasso rilevanti sui mesi precedenti, riporterebbe la riunione di settembre al centro del dibattito e fornirebbe al metallo la spinta per attaccare la fascia 4.300-4.320. 
Un dato in linea, intorno agli 80.000, lascerebbe la questione aperta, con il prezzo compresso sotto 4.280 in attesa dei prossimi dati sull'inflazione. 
Un dato superiore ai 120.000 posti con salari in accelerazione allontanerebbe il taglio, farebbe risalire i rendimenti reali e riporterebbe il prezzo a testare 4.236 e, in caso di cedimento, 4.195.

 

 

Cosa guardare adesso

Sul piano tecnico il riferimento è uno solo: la tenuta sopra l'area 4.300-4.320 trasforma il rimbalzo in inversione, mentre un ritorno sotto 4.195 lo archivia. Sul piano dei flussi, l'indicatore da seguire è il momento in cui gli ETF nordamericani smetteranno di registrare riscatti, perché segnalerebbe il rientro della componente di domanda che manca all'appello da mesi.

Sullo sfondo resta la dinamica più lenta e più pesante: le Banche centrali continuano a spostare riserve dal debito americano al metallo, e quel processo non dipende né da un dato mensile sull'occupazione né da una figura sul grafico. È la ragione per cui la rottura di questa settimana, pur restando lontana dai massimi, merita più attenzione di quanta ne riceva: il prezzo si sta riallineando a una domanda che non ha mai smesso di esserci.

 

Disclaimer: File MadMar.

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