Il boom dell'intelligenza artificiale ha reso necessaria la costruzione di data center sempre più grandi per contenere e gestire l'enorme flusso di dati generato dalla nuova tecnologia. Gli hyperscaler come Amazon, Alphabet, Meta Platforms e Microsoft stanno investendo centinaia di miliardi di dollari in queste infrastrutture.
Tutto ciò, però, ha posto innanzitutto un problema energetico, dal momento che i data center sono estremamente energivori. A ragion veduta, molti americani si oppongono alla costruzione di data center AI nella propria zona, poiché una domanda di energia così elevata rispetto all'offerta fa aumentare sensibilmente le bollette delle famiglie. Inoltre, il notevole consumo di acqua necessario per i sistemi di raffreddamento ne riduce la disponibilità, alimentando il malcontento della popolazione.
La space economy e i data center
Una soluzione a questo problema è stata prospettata da SpaceX di Elon Musk: costruire data center nello spazio. Il vantaggio teorico sarebbe rilevante: abbondante energia solare, assenza di vincoli infrastrutturali, nessuna competizione per l'acqua e niente commissioni di zonizzazione.
Tuttavia, c'è un problema non trascurabile: il calore. I chip consumano watt che, a loro volta, si trasformano in calore di scarto da smaltire rapidamente. Si pone quindi la questione del raffreddamento, dal momento che nello spazio non si può contare sull'acqua o sull'aria come avviene sulla Terra. Le aziende che portano avanti l'idea dei data center spaziali sostengono che il raffreddamento in orbita sarà più semplice grazie alle temperature estremamente basse.
Il fatto è che nel vuoto il calore di scarto si propaga con grande difficoltà e l'unica via per disperderlo è attraverso la radiazione infrarossa. I radiatori, però, emettono calore per metro quadrato oltre 1.000 volte più lentamente rispetto ai sistemi di raffreddamento ad acqua utilizzati sulla Terra.
L'energia scarsa, la mancanza di acqua e le enormi sfide legate alla gestione del calore rendono i data center nello spazio una scommessa molto audace. Gli ingegneri spaziali, però, sono imperterriti nel perseguire il sogno di realizzare un'infrastruttura composta da sistemi termici e di comunicazione di dimensioni superiori a qualsiasi architettura oggi esistente.
Azioni: vale la pena di puntare sulla space economy?
Un progetto di tali dimensioni stuzzica la fantasia degli investitori, poiché la sua realizzazione potrebbe sostenere le quotazioni delle società impegnate nel settore. Oltre a SpaceX, vale la pena soffermarsi su altre due aziende che svolgono attività collegate alla space economy.
La prima è Rocket Lab, che ha introdotto pannelli solari in silicio avanzati progettati appositamente per alimentare data center spaziali su scala gigawatt. Queste strutture, che si estenderebbero per chilometri in orbita, potrebbero operare superando i vincoli di energia, spazio e raffreddamento tipici dei data center terrestri.
Quotata al Nasdaq, negli ultimi tre anni la società ha visto aumentare la propria capitalizzazione di mercato di quasi tredici volte. Le prospettive sono interessanti ma, osservando i fondamentali espressi dal fair value di Forecaster.biz, il titolo appare sopravvalutato. Il valore equo è infatti pari a 68,29 dollari, circa il 18% inferiore rispetto al prezzo di mercato di 83,41 dollari registrato alla chiusura della seduta del 7 luglio 2026.
La seconda società da monitorare è AST SpaceMobile. L'azienda non costruisce data center orbitali, ma sta realizzando la prima rete cellulare a banda larga dallo spazio. In pratica, sta sviluppando una costellazione di satelliti in grado di funzionare come una rete di telefonia mobile. L'obiettivo è consentire agli smartphone tradizionali di connettersi direttamente ai satelliti, senza ricorrere ad antenne terrestri, nelle aree prive di copertura.
L'associazione con i data center deriva dal fatto che entrambe le attività rientrano nella space economy e richiedono satelliti, lanci spaziali, infrastrutture in orbita e servizi di comunicazione. Nell'ultimo triennio, le azioni di AST SpaceMobile quotate al Nasdaq sono salite di quasi il 1.600%. L'aspetto interessante, però, è che il fair value di 84,72 dollari indica una sottovalutazione del titolo di circa il 14% rispetto al prezzo di mercato registrato il 7 luglio.