I mercati restano in bilico, sospesi tra rischio geopolitico e pressioni inflazionistiche. Il conflitto in Medio Oriente continua a dettare l’agenda globale, con i rendimenti a breve termine in tensione e il petrolio in rialzo. Washington non intende arretrare di fronte all’Iran, ma senza una via negoziale credibile lo scenario resta aperto, tra escalation e tregue apparenti lungo lo Stretto di Hormuz, un contesto che rischia di tenere l’inflazione elevata più a lungo del previsto.
Il CPI statunitense ha sorpreso al ribasso, complice il calo dell’energia, offrendo un respiro al FOMC. Ma sarebbe un errore leggervi la fine delle pressioni sulla Fed: i dati mensili resteranno volatili, e l’equilibrio resta fragile.
Nell’Eurozona il quadro macro più debole limita i rischi inflazionistici, ma il rincaro del gas - aggravato dalle interruzioni GNL del Qatar - resta variabile critica in vista dell’inverno. Sui mercati, l’avidità ha finora prevalso sulla paura, con posizioni lunghe in accumulo e rischio recessione contenuto. Ma il rapporto rischio-rendimento suggerisce cautela: in un contesto così instabile, la scelta più saggia resta quella di muoversi con equilibrio, consapevoli che l’intero sistema - geopolitica, inflazione, banche centrali - resta, ancora una volta, in bilico.
Il petrolio rovina l’estate alla BCE
La riunione della Banca Centrale Europea del 23 luglio sembrava una formalità, l’ultima tappa prima della pausa estiva. Poi l’escalation in Medio Oriente e il balzo del petrolio, tornato in quota 85 dollari al barile dopo la rottura del cessate il fuoco con l’Iran, hanno rimesso tutto in discussione.
A giugno l’istituto guidato da Christine Lagarde aveva alzato i tassi di 25 punti base al 2,25%, primo rialzo in quasi tre anni. Il board si riunirà giovedì prossimo senza nuove proiezioni macro, con uno scenario che, complici i prezzi energetici, somiglia molto a quello di inizio giugno. L’inflazione dell’Eurozona è scesa al 2,80% a giugno (dal 3,2% della precedente rilevazione), meno delle attese, senza segnali di effetti di secondo round.
Lo scenario di base BCE prevede però almeno un altro rialzo entro l’anno, e c’è chi nel board ritiene che un secondo intervento eviti che quello di giugno venga letto come una mossa isolata. Il presidente della Bundesbank Joachim Nagel si dice per ora contrario a muoversi già questa settimana, definendo i tassi attuali “appropriati”. Sulla stessa linea il governatore austriaco Martin Kocher, secondo cui non si vedono ragioni per un intervento immediato.
I mercati assegnano solo il 20% di probabilità a un rialzo già a luglio, guardando piuttosto a settembre. Il rischio di una mossa a sorpresa resta però sul tavolo: se i prezzi del petrolio scendessero prima di settembre, verrebbe meno la giustificazione per un secondo rialzo.
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