Negli ultimi tre mesi a Wall Street il settore energetico è stato il migliore dell’indice S&P 500. Ad alimentare il rally sono state principalmente le tensioni geopolitiche, prima in Venezuela e poi in Iran.
Gli attacchi militari americani alle infrastrutture venezuelane, culminati con la cattura del presidente del Paese Nicolás Maduro, hanno aperto le prospettive per un ingresso in Venezuela - o un ritorno, nel caso di Exxon Mobil e ConocoPhillips - delle aziende americane, ampliando così la produzione di petrolio.
In Iran la situazione è altrettanto rovente, con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che ha minacciato un’operazione militare se l’ayatollah Ali Khamenei non fermerà lo sterminio dei manifestanti scesi in piazza contro il regime. Il timore è che le esportazioni iraniane di petrolio vengano bloccate, facendo salire i prezzi e avvantaggiando quindi le aziende produttrici.
Azioni energetiche: continuerà il rally?
Il rally dell’ultimo periodo delle azioni energetiche, tuttavia, non è bastato a rimuovere una "persistente incertezza sul comparto", come hanno sottolineato gli analisti di Deutsche Bank, secondo cui il posizionamento sui titoli resta al di sotto della mediana storica. Inoltre, se dovesse verificarsi una de-escalation in Medio Oriente, con un conseguente calo dei prezzi del petrolio, le compagnie energetiche potrebbero risentirne.
Secondo alcuni osservatori finanziari, l’idea che il presidente Trump voglia rilanciare l’industria petrolifera venezuelana, con il coinvolgimento delle major americane, avrebbe effetti positivi sul settore energetico a Wall Street. Tuttavia, tali benefici potrebbero non manifestarsi nell’immediato.
"C’è ancora molto lavoro da fare se le compagnie statunitensi entreranno in Venezuela, e si tratterebbe probabilmente di un processo lento e graduale, piuttosto che rapido", ha dichiarato Rebecca Babin, senior energy trader di CIBC Private Wealth Group. "È inoltre importante considerare l’allocazione del capitale: se le aziende statunitensi investissero in Venezuela, questo avverrebbe probabilmente a scapito di altri progetti, piuttosto che come investimento aggiuntivo".
Gli ottimisti puntano invece su un possibile aumento dei prezzi del petrolio. Su questo fronte, la storia offre un precedente rilevante. Secondo una ricerca di JP Morgan Chase, il rovesciamento di regimi politici - come avvenuto in Venezuela e come potrebbe avvenire in Iran - ha spesso preceduto forti rialzi del greggio. Dal 1979 a oggi si sono verificati otto eventi di questo tipo e, in media, il prezzo del petrolio è salito del 30%, con picchi fino al 76%.
Anche alla luce di ciò, alcuni analisti sono diventati più ottimisti sull’oro nero. Citigroup, ad esempio, prevede nel breve periodo una crescita del Brent a 70 dollari al barile dagli attuali 64, citando il rischio geopolitico legato all’Iran, ma anche le persistenti interruzioni delle esportazioni da Paesi come Libia e Algeria. Le compagnie energetiche, quindi, potrebbero continuare a guadagnare terreno.
Il settore è "interessante in termini di rapporto rischio-rendimento a questi livelli di prezzo", ha affermato Walter Todd, Chief investment officer di Greenwood Capital Associates, "soprattutto rispetto ad aree del mercato che hanno già corso in modo aggressivo nell’ultimo anno".