L’intelligenza artificiale sta cambiando non solo il settore tecnologico ma anche il mercato obbligazionario. Amazon, Alphabet, Microsoft, Meta e Oracle stanno costruendo data center, acquistando GPU e assicurandosi energia e capacità di calcolo a un ritmo tale che la sola generazione di cassa non basta più.
Il risultato è un cambiamento epocale: le Big Tech, per anni considerate macchine da cash flow, stanno diventando grandi emittenti di debito. Solo da inizio 2026 le emissioni obbligazionarie degli hyperscaler hanno già raggiunto circa 220 miliardi di dollari, quasi 20 volte i 12,5 miliardi dello stesso periodo dello scorso anno.
Numeri giganteschi ma che impallidiscono davanti ad alcune proiezioni delle principali banche d'affari. Morgan Stanley stima che il debito globale riconducibile all’AI possa arrivare a quasi 570 miliardi nell’intero anno, J.P. Morgan valuta in 697 miliardi il capex 2026 dei grandi hyperscaler.
Il motivo di questa crescita esponenziale è semplice: la spesa corre più rapidamente dei flussi di cassa. Secondo un’analisi Reuters basata sulle stime LSEG, nel 2027 per Microsoft, Alphabet, Amazon, Meta e Oracle il capex complessivo potrebbe superare il free cash flow. Finanziarsi con bond permette di distribuire nel tempo il costo di infrastrutture destinate a generare ricavi per molti anni. Un metodo di raccolta che peraltro viene accompagnato da leasing finanziari, project financing e, in alcuni casi, l'emissione di nuove azioni.
Amazon e Alphabet guidano l’assalto ai bond
Amazon è uno dei casi più evidenti. A marzo ha puntato a raccogliere circa 37 miliardi di dollari tramite un’operazione in dollari ed euro. La tranche europea da 14,5 miliardi di euro è diventata la maggiore emissione corporate mai realizzata sul mercato obbligazionario in euro. In agosto un’ulteriore emissione da 25 miliardi sul tratto lungo della curva ha richiesto circa 120 punti base di spread sui Treasury, quasi il doppio di quanto il mercato avrebbe chiesto un anno prima.
Alphabet segue una strada simile. A febbraio aveva già raccolto circa 32 miliardi sui mercati USA ed europei; ad agosto ha avviato un’altra emissione da 20-25 miliardi. Google ha inoltre diversificato il funding in yen, franchi svizzeri e sterline, arrivando a collocare anche un raro bond centenario.
Il 19 agosto 2026 è stato poi un giorno per certi versi storico per Alphabet: la casa madre di Google ha collocato la sua prima emissione di titoli di debito in dollari australiani per un valore complessivo di circa 3,9 miliardi di dollari americani.
L'operazione è stata strutturata in diverse tranche con scadenze differenti ma soprattutto ha segnato un record: la tranche a 20 anni ha fissato un rendimento finale del 6,98%, il costo di finanziamento più alto mai pagato da Alphabet per un'obbligazione.
La nuova finanza dell’AI
Meta ha affiancato al cash flow pubblicitario strumenti più aggressivi. Nell’ottobre 2025 ha preparato una maxi emissione obbligazionaria da 30 miliardi di dollari, dopo un finanziamento da 27 miliardi con Blue Owl legato al data center Hyperion in Louisiana. È un esempio della nuova finanza dell’AI: non solo bond corporate, ma strutture costruite intorno ai singoli progetti infrastrutturali.
Oracle è ancora più esposta. Nel corso del 2026 ha raccolto 43 miliardi di debito e 5 miliardi di equity, il prossimo anno dovrebbe raccogliere altri 40 miliardi tra debito e capitale, compreso un programma ATM da 20 miliardi. I contratti con i clienti riducono in parte il fabbisogno: Oracle ha indicato 75 miliardi tra prepagamenti e hardware fornito direttamente dai clienti nell’ambito dei grandi accordi AI.
Microsoft resta invece il modello relativamente più autofinanziato. Continua a fare leva soprattutto sulla propria capacità di generare cassa e sui finance lease dei data center. Nel terzo trimestre fiscale 2026 ha registrato 31,9 miliardi di capex e 4,7 miliardi di nuovi finance lease. Autofianziamento sì ma anche per la società fondata da Bill Gates numeri da capogiro: per il 2026 Microsoft stima circa 190 miliardi di investimenti.
AI, il rischio ora passa anche dai tassi
La trasformazione ha conseguenze che vanno ben oltre Wall Street. La BCE rileva che gli hyperscaler USA rappresentano ormai quasi il 10% delle nuove emissioni lorde corporate non finanziarie denominate in euro. Amazon e Alphabet sono stati addirittura i due maggiori emittenti corporate sul mercato in euro nel 2026.
Il rischio è il cosiddetto crowding out: per assorbire una quantità crescente di carta, gli investitori possono chiedere rendimenti superiori non soltanto alle Big Tech ma anche agli altri emittenti e, potenzialmente, ai debitori sovrani. I primi segnali sono già visibili. Ad agosto gli spread dei bond tecnologici USA erano saliti a 89 punti base, nove in più dell’investment grade complessivo, mentre le nuove emissioni richiedevano concessioni maggiori agli investitori.
Il paradosso è evidente. Una tecnologia che promette di aumentare produttività e utili sta contribuendo, almeno nel breve periodo, ad aumentare l’offerta di debito proprio mentre governi e Stati devono rifinanziare montagne di passività. Non a caso il boom delle emissioni corporate AI è indicato tra i fattori che stanno aggiungendo pressione ai rendimenti dei Treasury.
Finché i ricavi generati dall’AI cresceranno abbastanza rapidamente, il mercato potrà assorbire il conto. Se la monetizzazione rallentasse, invece, il problema non sarebbe più soltanto quanto Big Tech spende ma quanto costa finanziare quella spesa.