Una recente analisi della Federal Reserve Bank of San Francisco evidenzia come le tariffe commerciali abbiano effetti sull’inflazione più complessi e ritardati rispetto alla narrativa tradizionale.
Secondo lo studio “The Effects of Tariffs on the Components of Inflation”, l’impatto iniziale delle tariffe è sorprendentemente disinflazionistico, seguito da pressioni inflazionistiche più persistenti su beni e servizi nel medio periodo. Vediamo i punti chiave della ricerca.
Tariffe e shock di domanda: il primo effetto è la disinflazione
L’analisi, basata su dati di economie avanzate tra gli anni ’80 e il 2022, mostra che un aumento delle tariffe del 10% è associato a una riduzione dell’inflazione nel primo anno, pari a circa un punto percentuale sull’inflazione headline.
Secondo gli autori, questo effetto iniziale riflette principalmente una contrazione della domanda aggregata, con consumatori e imprese che riducono la spesa in risposta all’aumento dell’incertezza e alla riorganizzazione delle catene globali del valore.
In questa fase, anche i prezzi dell’energia tendono a scendere, segnalando un rallentamento dell’attività economica globale più che un effetto diretto delle tariffe sui prezzi.
L’effetto ritardato: beni in rialzo, servizi più persistenti
Dopo la fase iniziale, la dinamica si inverte gradualmente. Lo studio evidenzia che l’inflazione dei beni tende ad aumentare con un ritardo di circa due anni, con un picco medio di circa +1,2 punti percentuali, mentre l’inflazione dei servizi cresce più lentamente ma in modo più persistente.
I servizi, pur non essendo direttamente soggetti a tariffe, risentono degli effetti indiretti attraverso l’aumento dei costi dei beni intermedi. Secondo la ricerca, un incremento del 10% delle tariffe genera un aumento dell’inflazione dei servizi di circa 0,6 punti percentuali al terzo anno, con effetti ancora visibili oltre l’orizzonte di quattro anni.
Questo passaggio è particolarmente rilevante poiché i servizi rappresentano circa il 60% del paniere CPI statunitense e tendono ad avere una maggiore rigidità dei prezzi.
Energia come indicatore anticipatore del ciclo
Un elemento chiave dell’analisi riguarda il comportamento dei prezzi energetici. L’energia tende a diminuire inizialmente dopo uno shock tariffario, riflettendo una riduzione della domanda globale. Tuttavia, questa dinamica si normalizza nel tempo, coerentemente con la ripresa graduale dell’attività economica.
Il comportamento dell’energia, secondo gli autori, è coerente con l’idea che le tariffe agiscano inizialmente come uno shock negativo della domanda, piuttosto che come uno shock puramente inflazionistico.
Implicazioni per l’economia USA: effetti ritardati e incerti
Applicando questi risultati al contesto statunitense, lo studio osserva che l’introduzione di nuove tariffe nel 2025 è stata accompagnata da una fase di rallentamento dell’attività economica e contenimento dell’inflazione nel breve periodo.
Tuttavia, gli autori avvertono che gli effetti inflazionistici potrebbero emergere con ritardo, in particolare attraverso la componente dei servizi, che rappresenta la parte più “vischiosa” del CPI. La combinazione tra riorganizzazione delle catene globali, incertezza politica e riallocazione degli investimenti potrebbe quindi produrre effetti distribuiti nel tempo, con un impatto più duraturo rispetto a quanto suggerito dai modelli tradizionali.
Effetti non lineari e dipendenti dal tempo
Lo studio della Federal Reserve Bank of San Francisco conclude che l’impatto delle tariffe sull’inflazione non è né immediato né unidirezionale. Nel breve periodo prevale un effetto depressivo sulla domanda e sui prezzi, mentre nel medio periodo emergono pressioni inflazionistiche su beni e servizi.
Come sottolineano gli autori Halbersleben, Jordà e Nechio (FRBSF Economic Letter 2026-07), la risposta dell’inflazione alle tariffe è caratterizzata da un “slow burn”: una dinamica lenta, asimmetrica e fortemente dipendente dalla struttura dell’economia e dalla rigidità del comparto dei servizi.
In questo contesto, la politica monetaria si trova di fronte a un trade-off complesso, dovendo bilanciare effetti immediati disinflazionistici con rischi inflazionistici ritardati ma persistenti.