Dopo un avvio d’anno caratterizzato da segnali contrastanti, i mercati dei metalli preziosi e delle obbligazioni stanno mostrando una crescente convergenza nelle aspettative sull’inflazione. È quanto emerge dall’analisi di Erik Norland di CME Group, secondo cui il principale fattore che accomuna oggi i due comparti è la revisione delle prospettive sulla politica monetaria delle principali banche centrali.
Nel corso del 2025 e fino alla fine di gennaio 2026, oro, argento, platino e palladio avevano registrato forti rialzi, sostenuti dai timori di un ritorno dell’inflazione, dalle preoccupazioni sull’indipendenza delle banche centrali e dall’espansione dei deficit pubblici.
Nello stesso periodo, tuttavia, i rendimenti dei Treasury statunitensi avevano continuato a diminuire, segnalando un mercato obbligazionario che scommetteva su un progressivo allentamento della politica monetaria. Questa divergenza si è però esaurita tra la fine di gennaio e febbraio, quando entrambe le asset class hanno iniziato a riflettere uno scenario di inflazione più persistente.
Fed meno accomodante e aspettative sui tassi in rapida revisione
Uno dei principali catalizzatori del cambiamento è stato il mutamento delle aspettative sulla Federal Reserve. Secondo Norland, la nomina di Kevin Warsh alla guida della banca centrale americana ha contribuito a rassicurare gli investitori sull’indipendenza dell’istituzione e sulla volontà di mantenere una politica monetaria orientata al controllo dell’inflazione.
Negli ultimi mesi il mercato è passato dal prezzare circa 50 punti base di tagli dei tassi nei due anni successivi ad attendersi invece un analogo ammontare di rialzi. Questo cambiamento ha avuto effetti immediati soprattutto sul mercato dei metalli preziosi.
Storicamente il prezzo dell’oro mostra infatti una correlazione inversa con le aspettative sui tassi d’interesse: quando il costo del denaro è destinato a salire, detenere un’attività che non genera rendimento, come il metallo giallo, diventa relativamente meno conveniente.
Parallelamente, anche i dati macroeconomici hanno rafforzato questa visione. Negli Stati Uniti l’inflazione core PCE è risalita dal 2,8% al 3,3% su base annua, alimentando l’ipotesi che la Fed possa mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto.
Le Banche centrali tornano ad alzare i tassi
Il cambiamento non riguarda esclusivamente gli Stati Uniti. Nel corso del 2026 diverse banche centrali hanno già ripreso ad aumentare il costo del denaro, segnalando come la lotta all’inflazione non sia ancora conclusa. Tra queste figurano la Banca del Giappone, la Banca Centrale Europea, la Reserve Bank of Australia e la Norges Bank.
Anche i mercati dei derivati stanno iniziando a incorporare la possibilità di ulteriori rialzi in numerose economie avanzate, tra cui Canada, Regno Unito e Giappone. Alla base di questa revisione vi è una constatazione comune: nella maggior parte dei Paesi sviluppati l’inflazione di fondo continua infatti a mantenersi stabilmente sopra gli obiettivi delle rispettive banche centrali.
Secondo l’analisi, questo nuovo contesto rappresenta un elemento potenzialmente negativo sia per il mercato obbligazionario, che deve confrontarsi con rendimenti più elevati, sia per i metalli preziosi, tradizionalmente favoriti da tassi reali bassi.
I deficit pubblici restano il principale rischio di lungo periodo
Se la politica monetaria sta tornando restrittiva, la politica fiscale continua invece a essere espansiva. È proprio questo, secondo Norland, il principale elemento che potrebbe influenzare l'andamento di obbligazioni e metalli preziosi nei prossimi anni.
Negli Stati Uniti il deficit federale continua a oscillare tra il 5% e il 6% del PIL nonostante un tasso di disoccupazione relativamente contenuto. Una situazione analoga interessa numerose economie avanzate ed emergenti, tra cui Cina, Brasile, Francia, Regno Unito, Germania e Giappone, dove i governi stanno aumentando la spesa pubblica, in particolare per infrastrutture e difesa.
Deficit elevati implicano una maggiore emissione di titoli di Stato, aumentando l'offerta di debito sul mercato e creando pressioni al rialzo sui rendimenti di lungo periodo. Allo stesso tempo, la sostenibilità delle finanze pubbliche potrebbe tornare a rappresentare un motivo di interesse per gli investitori verso asset rifugio come l'oro.
Perché i Treasury USA stanno resistendo meglio degli altri mercati
Nonostante il deterioramento dei conti pubblici, i rendimenti dei Treasury americani sono aumentati meno rispetto a quelli osservati in altri Paesi. Secondo lo studio, la ragione principale risiede nella strategia del Tesoro statunitense, che negli ultimi mesi ha privilegiato l'emissione di Treasury Bill a breve scadenza rispetto alle obbligazioni di lungo termine.
Contestualmente, la Federal Reserve ha rallentato il processo di riduzione del proprio bilancio, limitando così l'offerta di titoli governativi a lunga scadenza disponibile sul mercato. Questa combinazione ha contribuito a contenere temporaneamente la risalita dei rendimenti.
L'analisi evidenzia tuttavia come tale strategia non elimini il problema, ma ne modifichi semplicemente la composizione. Un aumento della quantità di titoli a brevissima scadenza equivale infatti a incrementare la liquidità detenuta dagli investitori, producendo un effetto assimilabile a un allentamento monetario indiretto.
Le prospettive: inflazione e mercati azionari saranno decisivi
Guardando ai prossimi mesi, CME Group ritiene che ulteriori pressioni inflazionistiche possano continuare a penalizzare sia il mercato obbligazionario sia quello dei metalli preziosi, qualora inducano le banche centrali a mantenere o rafforzare politiche monetarie restrittive.
Nel lungo periodo, però, il fattore determinante resterà l'evoluzione dei deficit pubblici. Un eventuale ritorno a politiche fiscali più rigorose potrebbe ridurre la pressione sui rendimenti obbligazionari e diminuire l'attrattiva dell'oro. Al contrario, il mantenimento di disavanzi elevati rischia di sostenere sia i rendimenti dei titoli di Stato sia la domanda di beni rifugio.
L'ultima variabile individuata dagli analisti è rappresentata dai mercati azionari. Un prolungamento del ciclo rialzista favorirebbe una crescita economica ancora robusta e potrebbe alimentare nuove pressioni inflazionistiche.
Viceversa, una correzione significativa delle Borse potrebbe rallentare l'economia, costringendo le banche centrali a tornare a ridurre i tassi e aprendo la strada a una nuova fase positiva per i metalli preziosi.