Secondo una ricerca di AQR, la recente trasformazione della correlazione tra azioni e obbligazioni da negativa a positiva non giustifica un aumento dell’esposizione azionaria nei portafogli. Al contrario, questa interpretazione viene definita fuorviante e potenzialmente dannosa per le logiche di costruzione del portafoglio.
Negli ultimi anni il tema ha guadagnato attenzione, poiché il tradizionale ruolo dei Treasury come elemento di diversificazione è stato messo in discussione da una correlazione più favorevole ai movimenti congiunti tra asset rischiosi e risk-free.
L’errore interpretativo più diffuso sul ruolo dei bond
Nel dibattito di mercato si è diffusa una lettura secondo cui, se le obbligazioni non offrono più la stessa capacità di diversificazione, allora sarebbe razionale ridurne il peso e spostare l’allocazione verso altre asset class. AQR considera questa conclusione non corretta.
Secondo la ricerca, molte delle alternative suggerite in questo contesto finiscono per introdurre una quantità di rischio azionario pari o superiore a quella delle obbligazioni stesse, con il risultato di peggiorare la diversificazione invece di migliorarla.
Il punto centrale è che la dipendenza dei portafogli dal rischio azionario non è una caratteristica recente, ma strutturale, e non cambia al variare della correlazione tra azioni e bond.
Il rischio azionario come fattore dominante nei portafogli
AQR sottolinea come, anche all’interno di un tradizionale portafoglio 60/40, il comportamento complessivo sia guidato quasi interamente dall’andamento delle azioni. Questo rimane vero indipendentemente dal segno della correlazione tra azioni e obbligazioni.
Di conseguenza, modificare l’asset allocation basandosi esclusivamente sulle variazioni recenti della correlazione può portare a scelte inefficaci dal punto di vista della gestione del rischio.
Le alternative ai bond non sempre migliorano la diversificazione
L’analisi evidenzia inoltre che molte delle asset class comunemente proposte come sostituti delle obbligazioni non offrono un reale beneficio in termini di diversificazione. Il private credit, ad esempio, tende a presentare un’esposizione implicita significativa al rischio azionario, spesso sottostimata a causa delle modalità di valutazione degli asset e della scarsa frequenza di marking-to-market.
Allo stesso modo, i cosiddetti buffer funds, costruiti attraverso strategie in opzioni legate agli indici azionari, mantengono un legame strutturale con l’andamento dell’equity market, rendendoli poco efficaci come sostituti dei bond.
Anche le criptovalute, in particolare Bitcoin, mostrano negli ultimi anni una correlazione elevata con i mercati azionari, accompagnata da una volatilità molto superiore, che ne amplifica l’esposizione al rischio di portafoglio.
Le vere fonti di diversificazione secondo AQR
AQR identifica invece alcune strategie che risultano effettivamente utili per ridurre l’esposizione al rischio azionario. Tra queste emergono in particolare le strategie equity market neutral, che storicamente presentano una beta prossima allo zero rispetto ai mercati azionari, e le strategie trend-following, che tendono ad avere una correlazione bassa o addirittura negativa con le azioni, soprattutto nei periodi di stress di mercato.
Questi approcci si distinguono dalle alternative più diffuse proprio perché offrono una reale diversificazione del rischio, anziché replicarlo in forme diverse.
Azioni o obbligazioni: il problema non è cambiato, è la percezione
La conclusione di AQR è che la recente evoluzione della correlazione tra azioni e obbligazioni non modifica la natura del problema centrale della costruzione di portafoglio. Il rischio azionario continua a essere il principale driver delle performance nella maggior parte delle allocazioni tradizionali.
Per questo motivo, sostituire i bond con asset più rischiosi non rappresenta una soluzione al problema della diversificazione. La vera sfida rimane quella di individuare strumenti realmente decorrelati dall’equity risk, evitando scelte che, pur sembrando intuitive, finiscono per aumentare la vulnerabilità complessiva del portafoglio.