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Fungibilità e non fungibilità di token e criptovalute

Un altro pregio di tutto il movimento cripto-entusiasta sta nell’aver riportato in auge alcune questioni ormai date per scontate, o comunque dimenticate e andate perdute nella complessità del mondo finanziario di oggi.

Ritengo non sia un aspetto di secondo piano: quando si inizia ad addentrarsi in certi sistemi e meccanismi a un certo punto si tende a dimenticare le radici del problema, per così dire, si comincia a discutere di cose estremamente complesse e si finisce per mettere a lato e non considerare più i fondamenti che pur avevano dato avvio a quella determinata discussione.

In questo senso, le criptovalute fanno un passo indietro e riconsiderano tanti di questi aspetti fondativi eppure dimenticati per quanto concerne il mondo dell’economia e della finanza. Con particolare attenzione, come è ovvio che sia, ai sistemi monetari.

Di tanto in tanto capita di imbattersi nei siti web informativi del settore su articoli che trattano di fungibilità e non fungibilità della moneta, un concetto che appunto può essere ascritto in quelle questioni “dimenticate” o giù di lì.

Una delle peculiarità della moneta è quella di essere necessariamente un bene fungibile, questo significa che la banconota da 5 euro che ho in tasca io equivale a ogni altra banconota da 5 euro che esiste sulla faccia della terra. Quasi una banalità potremmo dire, ma se trasliamo questo concetto nel mondo delle valute digitali e più nello specifico nel mondo di quelle che vengono definite criptovalute, ci si aprono davanti tante ramificazioni di discorso particolarmente interessanti.

Una di queste è relativa al problema dell’anonimato. Se, come più volte abbiamo detto, ogni transazione è registrata e visibile a tutti (fatta eccezione per alcune blockchain particolari) consultabile in un qualsiasi blockscan, ne deriva la tracciabilità di ogni singola coin e la possibilità di ricostruire la “storia” di ognuna di esse.

Questo potrebbe significare una perdita di fungibilità, e una conseguente creazione di una sorta di “mercato interno” alla valuta stessa, cosa ovviamente inaccettabile per la funzione che dovrebbe avere una qualunque moneta.

La possibilità di ricostruire la storia di una qualunque coin (o parte di essa) ha implicazioni importanti. Poniamo il caso di poter scegliere: da un lato un Bitcoin appena minato, dall’altro un Bitcoin che nella sua storia è passato da wallet che hanno compiuto truffe e attività fraudolente. Quale preferiremmo avere? La risposta è ovvia.

Potrebbe anche darsi che per noi, come si suol dire, il denaro non abbia odore ma non per tutti è così e se siamo consapevoli di questo potremmo anche immaginare una situazione in cui un eventuale nostro creditore non sia disposto ad accettare una coin con questa storia. Il problema non è banale.

Scopriamo quindi che la questione dell’anonimato nelle transazioni non è solo questione di principio, relativa ai valori che in molti attribuiamo alla privacy, ma è anche una problematica che causa, o che potrebbe causare, scompensi di carattere pratico.

Dall’altro lato poi, considerando la non fungibilità pura, ci ritroveremmo a immaginare scenari totalmente diversi e possibilità davvero interessanti in alcuni settori particolari. Pensiamo al mondo del gaming e a tutto quel settore relativo al “collezionabile”.

Per fare un esempio, sappiamo che è possibile costruire attraverso smart contract dei token sulla piattaforma di Ethereum. Questi utilizzano degli standard di architettura digitale prestabiliti: vi sono i token ERC-20, quelli più diffusi, ma vi sono anche i token ERC-721, tipi di contratti che creano token non fungibili. Creati da Dieter Shirley hanno trovato prima applicazione sperimentale per l’appunto nel mondo del gaming.

Ormai celebre il successo di Cryptokitties, gioco dove era possibile scambiarsi questi token che rappresentavano ognuno un cucciolo digitale diverso da ogni altro.

Per applicazioni meno frivole possiamo però spingerci oltre, e in questo senso è facile pensare subito al mondo dell’arte e dei diritti di proprietà.

Un paio di settimane fa Tim Draper, noto investitore gravitante attorno al mondo della Silycon Valley, ha rilasciato un’intervista in merito a questi concetti:

"Quando le persone potranno tokenizzare le proprie opere d’arte, i compratori si sentiranno più sicuri e gli artisti saranno contenti di sapere dove si trovano le proprie opere e chi le possiede."

E ancora:

"Le opere d’arte hanno bisogno di un modo di tracciare la provenienza e la blockchain è di per sé un registro immutabile: sono fatti l’uno per l’altra."

Dunque una delle tante nuove frontiere che ci si aprono di fronte grazie a blockchain e criptovalute è proprio questa: la possibilità di costruire un bene non fungibile, totalmente unico, in maniera relativamente semplice, con tanto di “certificazione” sotto gli occhi di tutti.

Immaginate di poter tokenizzare un terreno o un edificio. Ora, se vi è capitato, provate a ricordarvi della volta in cui vi siete dovuti recare al catasto, uno dei simboli che meglio possono assurgere a ruolo rappresentativo di tutte le derive burocratiche che tanto odiamo, ricordatevi del delirio, delle file, delle difficoltà. Bene, potenzialmente con la tokenizzazione il catasto potrebbe diventare solo un brutto ricordo. Un sogno!

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