Le quotazioni dell’USD/JPY continuano a salire. Negli ultimi giorni, il cambio si è portato nei pressi di quota 162, toccando il livello massimo degli ultimi due anni. Sullo yen pesano diversi venti contrari. Innanzitutto, la differenza di rendimento ancora sostanziale rispetto al dollaro americano.
Nonostante la Bank of Japan abbia portato i tassi d’interesse all’1%, dopo una stretta di un quarto di punto nell’ultima riunione, il divario con i tassi USA, fermi nell’intervallo 3,50%-3,75%, rimane evidente. Questo rende molto conveniente per gli investitori effettuare operazioni di carry trade, finanziandosi in yen e acquistando dollari, lucrando così sulla differenza di rendimento.
Tra l’altro, nella sua prima riunione da presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh ha adottato un tono poco accomodante sulla politica monetaria che la Banca centrale americana intende attuare. Questo fa supporre che i tassi di interesse negli Stati Uniti difficilmente verranno abbassati e potrebbero addirittura essere alzati. I trader scontano attualmente circa due rialzi dei tassi Fed da 25 punti base entro la fine dell’anno, con una probabilità del 75% di un primo aumento già entro settembre. Alcune banche d’investimento, tra cui BofA Global Research e Deutsche Bank, hanno abbandonato le precedenti previsioni di una politica monetaria invariata e ora si aspettano almeno una stretta nel corso dell’anno.
La forza ribassista del mercato nei confronti dello yen sovrasta anche l’effetto dei massicci interventi sul mercato valutario del Ministero delle Finanze giapponese, volti a sostenere la valuta nazionale. Tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, Tokyo ha speso la cifra record di 11.700 miliardi di yen, pari a 72,44 miliardi di dollari, nel tentativo di arrestare il deprezzamento della valuta. Non è chiaro se il governo effettuerà nuove mosse man mano che la moneta perde terreno, ma finora tutte le iniziative si sono rivelate poco efficaci.
USD/JPY: la strada verso 165
Dove arriverà il cambio USD/JPY? E come reagiranno a quel punto le istituzioni? È una domanda che molti osservatori finanziari si pongono in questo momento.
Secondo Sayuri Shirai, ex membro del consiglio della Bank of Japan e oggi docente presso la Keio University, lo yen potrebbe spingersi fino a quota 165 qualora la Fed dovesse alzare i tassi quest’anno. "Il cambio dollaro/yen potrebbe gradualmente muoversi verso 163-165", ha dichiarato al Reuters Global Markets Forum. "Al momento appare molto difficile invertire questa tendenza, anche perché il Ministero delle Finanze e la Bank of Japan hanno già consentito al cambio di superare quota 160 dall’inizio di giugno".
L’esperta prevede che i tassi di interesse giapponesi possano aumentare di un ulteriore 0,25% tra ottobre e dicembre, mentre per il prossimo anno "i mercati si aspettano un ulteriore rialzo all’1,5%", ha spiegato. "Credo che questo sia il livello massimo che la Bank of Japan possa raggiungere".
Shirai si mostra perplessa anche sull’intervento del Ministero delle Finanze, osservando che tale misura non è ben vista dal Segretario al Tesoro USA Scott Bessent, preoccupato per i possibili effetti negativi sui titoli di Stato americani. Il problema è che una parte consistente delle riserve valutarie del Giappone è investita in Treasury statunitensi. Di conseguenza, per procurarsi i dollari da vendere sul mercato, Tokyo potrebbe essere costretta a liquidare parte dei titoli di Stato USA in portafoglio.
Jesper Koll, global ambassador di Monex Group Japan, è invece più ottimista sullo yen, prevedendo che i tassi giapponesi possano attestarsi intorno al 3% entro l’inizio del 2028. "Sulla base di una semplice regola di Taylor, la crescita potenziale del Giappone è pari all’1% e l’obiettivo d’inflazione è del 2%; pertanto il tasso neutrale dovrebbe essere attorno al 3%", ha affermato. "La persistente debolezza dello yen dimostra chiaramente che gli investitori retail e professionali ritengono che la Bank of Japan sia in ritardo rispetto alla curva".