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Borse: l'inflazione porterà nuovi sell off (e fallimenti)?

La rotazione a favore dei titoli ciclici, attraverso la liquidità “parcheggiata” dai grandi fondi a fine marzo, ha favorito un forte rialzo per tutti gli indici di Borsa. Nel webinar abbiamo analizzato in dettaglio un elemento che può portare a un nuovo sell off sui mercati: l’inflazione.

 

Lo scenario delle Borse con la presenza d’inflazione
Sappiamo tutti che le Borse sono del tutto scollegate dall’economia reale, perché vengono sostenute dalle misure di salvataggio delle banche centrali. Dal 2009 a oggi, il 90% dei profitti ottenuti dall'indice S&P 500 provengono dai dividendi e dalle misure di sostegno della Federal Reserve.

La chiave di volta è la liquidità. Dal mese di Febbraio la banca centrale americana ha immesso trilioni di dollari ed è pronta a fare sempre di più: non possiamo non aspettarci una ulteriore ondata di rialzi. Esiste infatti una legge fondamentale in economia, secondo cui l’aumento della moneta circolante provoca una inflazione dei prezzi.

Questa legge ha funzionato benissimo nell’era delle banche centrali, sopratutto nel mercato finanziario, come dimostra l’ininterrotto aumento delle quotazioni di bond e azioni negli ultimi dieci anni. Movimento alimentato appunto dall’immissione di denaro fatto dalla Fed nello stesso lasso di tempo.

Abbiamo analizziato un modello di Paul Tudor Jones, prendendo un articolo di strategie economiche, la cui analisi sugli effetti futuri di questa liquidità risulta interessante. Secondo il suo modello, la nuova liquidità immessa nei mercati non riesce a produrre inflazione all’istante. Ha bisogno di un intervallo di 8 mesi per farlo.

Quindi i miliardi di dollari stampati dalla Fed non hanno ancora prodotto il loro effetto inflattivo. E aggiungendo quelli che arriveranno nei prossimi mesi, possiamo facilmente immaginare la risalita dei prezzi di Borsa. L’inflazione farà sentire il suo peso nell’economia reale e a sua volta, sulle Borse. E il meccanismo principale che inizierà a incidere sulle Borse è la crisi del credito, che innescherà un’ondata di fallimenti nelle aziende. Secondo l’agenzia di rating Standard and Poors, il numero di aziende che andranno in bancarotta per la fine dell’anno salirà al 10% del totale delle aziende quotate.

La massa monetaria immessa dalla Federal Reserve non mancherà quindi di mostrare i suoi effetti positivi con un ritardo di circa 8 mesi, quindi intorno al 2021. Questa prima stagione di profitti, anche molto elevati, nasconderà per diversi semestri la gravità della situazione. Ma alla fine, verso il 2022, seguirà il periodo nero, nel quale i default di molte aziende quotate in borsa inizieranno a pesare negativamente sui mercati. Quindi non parliamo più di crisi recessiva, ma una vera e propria depressione economica.  


Il mercato delle opzioni
Per andare ulteriormente in dettaglio sulle ragioni di questa salita, abbiamo spiegato come gli investitori retail non si sono limitati a fare stock picking sui titoli in bancarotta, ma hanno deciso di “buttarsi” anche sulle opzioni. Incoraggianti dai guadagni stellari realizzati sui titoli di società fallite hanno ben pensato di “scommettere” sul mercato.

E così, la scorsa settimana i volumi sul mercato delle opzioni call hanno raggiunto i livelli massimi degli ultimi 20 anni superando di gran lunga i livelli visti a fine febbraio che erano già di per sé molto alti. Ma comprare call sull'S&P 500 ha i suoi effetti collaterali.

Se da un lato del trade (long call) c’ò il retail investor, dall’altro lato c’è il market maker che per coprirsi la posizione deve comprarsi il delta dell’opzione, cioè una quantità determinata del sottostante, quantità che tende ad aumentare all’aumentare del prezzo del sottostante.

Allo stesso modo, tuttavia, quelle azioni acquistate a copertura, devono essere rivendute quando i prezzi del sottostante scendono, proprio per “aggiustare il delta”, che generalmente èpari a 0.5 per opzioni at the money e 1 per opzioni deep in the money.

Il mercato delle opzioni ha un peso elevato sul posizionamento degli investitori istituzionali (market maker) quanto più i movimenti al ribasso dei prezzi possono essere violenti, perchè questi investitori devono vendersi il delta, cioè azioni del sottostante.

La scorsa settimana gli investitori retail hanno rappresentato il 50% dei volumi sulle opzioni sull'indice S&P 500. Storicamente quando tale percentuale ha superato il 45% si è assistito ad una perdita media dell'S&P 500 del 3% nei due mesi successivi e del 15% dopo 12 mesi (fonte:Zeygos).

 

Trading: i livelli chiave dell'indice S&P 500 da seguire nelle prossime settimane
L’indice S&P 500 ha raggiunto un livello chiave in area 3200 punti. Ci siamo concentrati su questo strumento. Per motivi tecnici questo livello rappresenta uno spartiacque per la tendenza rialzista di lungo termine. Abbiamo spiegato in dettaglio i motivi di un possibile storno (scadenze tecniche di giugno) anche se a livello multiday bisogna verificare la tenuta dei 3000 punti, altrimenti qualunque storno avra’ vita breve.

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1 - Commento

Enrico Besutti

Enrico Besutti - 11 giugno 17:39 Rispondi