Uridashi Bond,fenomeno made in Japan che interessa l'Europa

Il Giappone, sotto tanti punti di vista, è considerato una sorta di macchina del tempo per gli investitori europei. Un contesto economico simile, una politica monetaria in perenne QE, un volume di risparmio privato molto alto, una curva demografica deficitaria per chissà quanti anni ancora.

Per questo motivo osservare il mercato obbligazionario giapponese è utile per comprendere come potrebbero reagire gli investitori del Vecchio Continente alla consapevolezza che i tassi negativi rimarranno tra noi nei prossimi anni. Basti pensare che il titolo di stato a 2 anni giapponese è sotto lo zero dal 2015. Una prospettiva che sembra affacciarsi anche ai Btp italiani dopo aver scongiurato la procedura di infrazione con la UE.
Ma cosa fanno dunque questi giapponesi da sempre grandi amanti dei bond?

Da ben prima del 2000 gli investitori domestici si affidano ai cosiddetti Uridashi Bonds, ovvero obbligazioni emesse in valute ad alto rendimento destinate al mercato nipponico. Il volume delle emissioni nel 2018 è stato di oltre 8 miliardi di Yen lontano dal picco di 19 miliardi del 2010.

Null’altro che la classica strategia di carry trade in cui ci si finanzia (o si investe risparmio) per acquistare una valuta a più alto flusso cedolare.

Considerando che il Giappone è inchiodato al tasso zero si cerca valore da altre parti confidando nel fatto che la cedola incassata risulterà nel tempo superiore all’oscillazione negativa della valuta (o ancora meglio verrà gonfiata da una positiva evoluzione del rapporto di cambio contro Yen).

Storicamente le maggiori emissioni si sono concentrate su valute geograficamente vicine come Dollaro neozelandese e australiano. Poi il progressivo assottigliamento del differenziale di tasso tra questi paesi e il Giappone ha reso sempre meno redditizio il carry trade con rischi non indifferenti dal punto di vista valutario. Il peso delle emissioni in Aud e Nzd per gli investitori giapponesi è passato dal 80% del 2006 al 26% del 2018.

Oltre alle emissioni in Dollari americani che hanno guadagnato popolarità negli ultimi anni per effetto della politica di rialzo dei tassi della FED, le emissioni in valute emergenti hanno acquisito sempre maggior peso passando dallo 0% del 2003 al 49% del 2017 prima di un drastico taglio al 22% delle emissioni nel 2018. Ma cosa stanno comprando i giapponesi nel 2019 per cercare di uscire dalla trappola del rendimento negativo?

Le emissioni in Lire turche rappresentano il 24% del totale delle emissioni emergenti dopo un esplosivo 40% del 2018. Le emissioni in Real brasiliani hanno rappresentato il 15% del totale emissioni emergenti 2019 (in calo dal 25% del  2018), quelle in Peso messicani il 18% (in aumento dal 8%). Non attraggono invece le emissioni in Rand sudafricani (2%) e Rubli russi (6%).

Questi big five insieme hanno rappresentato il 65% delle emissioni Urdashi emergenti mentre in grande crescita risultano essere le emissioni in Rupie indiane evidentemente ben apprezzate dagli investitori giapponesi.

Una fotografia questa che magari non fornirà indicazioni operative per il trader, ma che può essere un buon indicatore per valutare flussi e sentiment di investitori alla disperata ricerca di yield in Giappone, ma credo presto anche in Europa.

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