La capitolazione degli investitori istituzionali sui tassi

La mia convinzione è che il processo di capitolazione degli investitori obbligazionari è in corso.

Ormai non si sente più parlare di rialzo dei tassi;  i presunti guru del mondo fixed income dopo una serie impressionante di anni consecutivi in cui avevano pronosticato la fine del bear market sui tassi, se ne stanno rintanati dietro i loro monitor per paura di essere sbertucciati per l’ennesima volta. Ma soprattutto l’impressione è quella di un mondo finanziario che ancora una volta conta sulle politiche espansive delle banche centrali per avere liquidità illimitata per tanto tempo ancora.

Sembra proprio che gli investitori istituzionali ed al dettaglio sono di fatto  rassegnati ad un lungo periodo di rendimenti sottozero con inflazione sotto le scarpe. Come insegnano però secoli di storia finanziaria è meglio diffidare dall’effetto gregge lavorando in senso contrarian. Ne ho parlato qui.

La notizia che mi ha fatto pensare che la capitolazione sta cominciando è questa:

Il fondo pensione norvegese da 1 trilione di Dollari ha deciso di chiudere la sua scommessa sul rialzo dei tassi, scommessa portata avanti per tanti anni e che secondo il management di uno dei più grandi fondi sovrani del mondo, non ha più senso nell’era dei tassi negativi.

Il fondo ha così deciso di alzare la duration del suo portafoglio obbligazionario che passa da un sotto benchmark di 5 anni a 7 anni.

Il capo dei portfolio manager del fondo sovrano, Trond Grande ,dice una grande verità quando afferma “Then it goes without saying that you also want to get a certain return from it, but it’s difficult to imagine that with the low rates and yields it will be able to contribute something meaningful”.

Che senso ha possedere obbligazioni che non offrono nessuna forma di remunerazione?

Ed ecco quindi che la mossa più ovvia (e che stanno facendo tanti fund manager per cercare di giustificare le management fee piuttosto generose percepite sui loro prodotti) è allungare la duration.

Il fondo sovrano norvegese detiene l’1,4% dell’intera capitalizzazione borsistica mondiale ed il suo obiettivo è quello di arrivare a detenere un portafoglio con il 70% di esposizione azionaria. L’obiettivo del fondo in termini di rendimento annuo è stato abbassato dal 4% al 3% nel 2017 ed attualmente un quarto del portafoglio obbligazionario ha rendimenti negativi.

Già di per sé questi numeri fanno capire come i timori di non essere in grado di ottenere rendimenti in linea con gli obiettivi stanno spingendo l’asticella del rischio sempre più in alto anche per il fondo sovrano norvegese. Già, perché se l’azionario è volatile per natura, l’obbligazionario è da sempre considerato il porto sicuro verso cui approdare nei momenti di tensione sui mercati finanziari.

Probabilmente sarà così anche in futuro ma con un costo da sostenere che mai si era visto nella storia.

Pagare per mantenere i propri soldi al sicuro senza remunerazione cedolare è la dura realtà dei nostri tempi.
Di recente la Germania ha collocato un Bund a 30 anni a rendimento negativo.

Non abbiamo motivo di dubitare che gli acquirenti siano stati fondi pensione come quello norvegese.

Ma cosa accadrebbe se all’improvviso l’inflazione rialzasse la testa mandando nel panico le banche centrali?

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