Roubini: la guerra dei dazi porterà alla recessione nel 2020

Aumenta il numero di chi vede nella guerra dei dazi un nuovo nemico per l’economia internazionale. Un nemico che non è certamente stato sconfitto in quest’ultimo G20. Se n’è accorto anche Nouriel Roubini, celebre economista, il quale non ha esitato a manifestare il proprio pessimismo circa la possibilità di un accordo in breve tempo. Non solo, ma Roubini ha anche dichiarato che le conseguenze di questa guerra commerciale, ben lungi dall’essere risolta, porteranno all’inizio della de-globalizzazione.

La view di Roubini

Le aziende, infatti, saranno costrette a rivedere le loro catene di fornitori a livello globale; la conseguenza sarà la creazione di una polarizzazione dell’economia mondiale. In altre parole si dovrà decidere se fare affari con gli Usa o con la Cina. Il tutto a discapito dell’economia che accuserà inevitabilmente un rallentamento, il che porterà ad una recessione non più tardi del 2020. Secondo le sue previsioni, quindi c’è da aspettarsi con più probabilità un peggioramento, invece di un miglioramento della situazione. anzi, la guerra dei dazi, si trasformerà in una guerra tecnologica vera e propria che andrà ad impattare negativamente su un’economia già di per sé in fase di rallentamento.

I numeri

Una prima conferma può essere già arrivata nei numeri dell’indice Capex All Big Industry del secondo trimestre delle grandi industrie. Ebbene il risultato è stato un aumento del 7,4%, ben al di sotto dell’8,9% previsto. Il significato di un numero simile è chiaro: la produzione industriale è in calo e di conseguenza lo sarà presto anche l’occupazione, cosa che si intravede già dagli ultimi dati sugli occupati e sulla crescita dei salari. A maggio, infatti, non si è andati oltre 27mila nuovi posti di lavoro, ben al di sotto delle medie precedenti e ancora di più delle attese (ferme a 180mila). La colpa? Proprio della guerra dei dazi. Un evidente segno, secondo Roubini, della perdita di slancio dell'attività economica. Infatti dal calo degli investimenti parte un effetto domino che coinvolge anche tecnologia, produzione, industria e servizi. Ma quella tra Usa e Cina, continua Roubini, è una vera e propria guerra fredda che deve decidere chi controllerà le industrie del futuro: intelligenza artificiale, automazione e 5G.

Osservatori diffidenti

Nonostante le dichiarazioni di ottimismo del presidente Usa Donald Trump, gli osservatori, come anche i collaboratori dei presidenti stessi, hanno immediatamente ridimensionato le attese. Sui mercati, soprattutto nell’immediata vigilia dell’incontro Trump-Xi, si era scatenato un rally che prometteva di rassicurare gli animi. Rally che però non è stato altro che un fuoco di paglia. O per lo meno che è stato smorzato dall’inizio dalle dichiarazioni di entrambi i fronti. Da Pechino, infatti, si è fatto notare che la strada per un eventuale accordo è ancora lunga e irta di ostacoli mentre nessun accenno è stato fatto alla promessa di Trump di alleggerire il bando Usa contro Huawei. Lo stesso è avvenuto alla Casa Bianca dove si è sottolineato il fatto che gli Stati Uniti non sono disposti a concedere un’amnistia generale.

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