Perché si teme la recessione?

10 anni fa scoppiava la più grande crisi economica mondiale. Crisi che, nata negli Stati uniti, ha coinvolto prima il settore bancario Usa e, successivamente, si è trasferita anche nel Vecchio Continente.

La differenza tra Usa e Europa

Il problema, purtroppo, è che in Europa il settore bancario è una componente cardine, decisiva, di tutto il sistema economico. La prima conseguenza è stata che proprio nel Vecchio Continente, si è visto un crollo economico anche peggiore, se possibile, di quanto osservato negli Stati Uniti. Non solo, ma sempre l’Europa non è riuscita ad uscire dalle sabbie mobili in cui la crisi l’aveva fatta precipitare. Infatti mentre Washington è riuscita a prendere provvedimenti in maniera più radicale e, cosa non indifferente, anche anticipata (è stata infatti la Federal Reserve a dare vita al Quantitative Easing che poi ha permesso la nascita del più lungo mercato Toro della storia), da parte sua la Banca Centrale Europea ha seguito la stessa strada con un certo ritardo. Ma a prescindere da tutto questo, adesso, si torna a parlare nuovamente di recessione.

Per quale motivo?

Il primo dato che fa riflettere, tralasciando il PIl di Washington che con ogni probabilità arriverà solo poco sopra il 2%, è proprio quello riguardante i dati macro degli Stati Uniti. Gli stimoli fiscali derivanti dalla riforma voluta dall'amministrazione del presidente Donald Trump si stanno esaurendo. Inoltre molte delle riforme inizialmente volute dal tycoon si sono arenate. A questo, come sempre, è bene aggiungere la guerra dei dazi che sta mettendo sotto stress molte compagnie statunitensi che in Cina avevano un mercato promettente. Inoltre, restando sul fronte industriale, risultano in calo gli investimenti delle imprese (-1% tra aprile e giugno 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018). In diminuzione anche la fiducia dei consumatori da inizio anno così come anche le prospettive sul futuro sono incerte. Cali registrati anche su produzione (al livello più basso negli ultimi 128 mesi) e profitti aziendali. Diametralmente opposto, invece, il trend su vendite al dettaglio, mondo del lavoro, e, più in generale, salari medi. Infatti in queste ultime tre voci i dati risultano essere al rialzo.

Il Pil cinese

Questo contrasto, a quanto pare potrebbe essere alla base della possibile titubanza della Federal Reserve nel ridare vita a un disegno sistematico di taglio dei tassi. Ma l'economia moderna non è soltanto Washington. L’altro polo diretto è Pechino. Stando ai dati dell’ International Finance (IIF), nel primo trimestre del 2019, l’ammontare totale del debito in Cina, quindi anche quello privato, ha toccato il 303% del PIL. Il tutto senza dimenticare che la Cina potrebbe non raggiungere il target di Pil previsto inizialmente. Infatti da un traguardo fissato tre il 6,5% e il 6%, secondo quanto dichiarato dal premier cinese Li Keqiang, il Pil del Dragone, registrato al 6,2% nel nel corso del secondo trimestre, potrebbe non arrivare a fine anno nemmeno al 6%. Da sottolineare che la Cina è alle prese con una vera e propria rivoluzione copernicana che la dovrà portare a tagliare la propria dipendenza dall’export per rafforzare la sua domanda interna.

La febbre di Hong Kong

Infine, parlando della Cina, è impossibile non parlare di Hong Kong e delle proteste ormai sempre più cruente che si stanno trascinando da 4 mesi nell'ex colonia Britannica. Snodo di vitale importanza non solo per il mondo ma soprattutto per Pechino che ne sfrutta la natura di hub finanziario per avere una porta di ingresso con l’Occidente e fare affari con gli investitori internazionali. Bloccare questo snodo significherebbe bloccare gran parte degli investimenti che la Cina potrebbe fare nei prossimi mesi.

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