Per JP Morgan la Fed sta facendo un errore

Non è tagliando i tassi che l’economia degli Usa crescerà. Questa, in sintesi, l’ipotesi di JP Morgan che, per voce del suo capo stratega globale David Kelly sottolinea l’incongruenza di alcune posizioni prese dalla Banca centrale Usa.

Le contraddizioni della Fed

Prima di tutto la pressione politica da parte dell’amministrazione Trump. Il presidente statunitense, infatti, ha più volte sottolineato, con veemenza, la sua volontà di avere un dollaro debole per facilitare prestiti ed export. Volontà che, non è un mistero, è disposto ad attuare anche con la minacciata sostituzione del numero uno della Fed, Jerome Powell, appunto.

Inoltre, per JP Morgan, sarebbe apparentemente inutile tentare di stimolare un’economia che presenta una disoccupazione al 3,7% e un mondo del lavoro che registra continuamente nuove assunzioni.

Previsioni sui tassi per fine anno

Tornando alle previsioni su quanto farà la Fed, per il capo degli investimenti globali di Guggenheim, Scott Minerd, Powell non è da escludere che si assista a un taglio di 75 punti base entro la fine dell’anno. Forse troppi per quel che serve a Washington. In altre parole si corre il rischio di creare troppi stimoli in un’economia che non sta andando così male come molti temono, anche in virtù di quell’inflazione che per la Fed è diventata una vera e propria ossessione nonostante rimanga orientativamente al di sotto del 2%. 

L'audizione di Powell

Eppure, nonostante questo, le aspettative gardano ad un taglio del costo del denaro già dalla prossima riunione del 30 e 31 luglio della Fed. Aspettative che parrebbero essere state confermate anche dall’audizione di ieri del governatore al Congresso, durante la quale Powell ha sottolineato ancora una volta la sua intenzione di venire in aiuto all’economia statunitense. Il primo risultato è stato il superamento, da parte dell’S&P 500 di quota 3000 punti, ennesimo massimo storico superato. 

Meno pressioni sulla Cina

Sempre JP Morgan, ma questa volta per bocca di Hannah Anderson, stratega sul mercato globale, un contesto di politica monetaria più flessibile attenuerebbe la pressione sulla banca centrale cinese, a sua volta impegnata per sorreggere l’economia di Pechino, in rallentamento anche a causa della guerra dei dazi. Un rallentamento che è stato evidenziato anche dagli ultimi dati macro, in particolare i PMI. Con un taglio sul dollaro anche la Banca popolare cinese  (PBoC) si troverebbe davanti a una pressione minore in caso di svalutazione dello yuan. Intanto la PBoC per stimolare la ripresa della domanda interna ha ridotto i costi di finanziamento alle imprese dei privati, spina dorsale dell’intero sistema produttivo nazionale.

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