Onu in crisi di liquidità. A rischio gli stipendi

L’Onu sta affrontando una crisi di liquidità senza precedenti. Una crisi tale da mettere a rischio persino i salari di novembre dei dipendenti. A scatenare la situazione è stato il mancato pagamento da parte di un terzo dei membri, delle quote annuali di iscrizione.

L'allarme di Guterres

Parlando davanti al quinto comitato ONU martedì scorso, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dichiarato che la situazione è così disperata che l’Assemblea generale del mese scorso a New York è stata possibile solo grazie ai tagli emergenziali fatti ad inizio anno. Nel frattempo sarà necessario ridurre tutte le attività alle sole indispensabili. Inoltre, l’Onu potrebbe essere costretta a cancellare diverse riunioni. Non solo, ma la stessa organizzazione è stata costretta a prelevare dei fondi da altri progetti per permettere lo svolgimento di alcune assemblee. Il quadro è semplice: mentre 129 Stati membri avevano pagato le quote per il bilancio 2019, altri 64 dovevano ancora versare la propria quota. I soli Stati Uniti sono debitori verso l’ONU di $ 381 milioni per quote pregresse e circa $ 674 milioni per il budget 2019.

La colpa? Non solo degli Usa

Una situazione, quella della crisi di liquidità, che porterebbe l’organizzazione al serio rischio di chiusura (con conseguente blocco degli stipendi) già da novembre. Ma non sono i soli. In ritardo (si spera si tratti solo di ritardo) sulle quote sarebbero anche Brasile, Iran, Israele, Messico, Arabia Saudita, Corea del Sud e Uruguay. Nonostante questo nutrito gruppo, però, restano proprio gli Stati Uniti il nodo della questione. Già in passato il presidente Usa Donald Trump aveva protestato perché Washington si faceva carico di spese eccessive (inizialmente il 25% del budget totale, poi ridimensionato al 22%) rispetto a quanto ricevuto. Ma anche in confronto ad altre nazioni. Una prima dimostrazione dell’insofferenza dell’inquilino della Casa Bianca si era avuta già a metà dello scorso anno. A giugno del 2018, infatti, gli Usa avevano annunciato l’uscita dal Consiglio dei diritti Umani dell'ONU

L'insofferenza di Washington 

Un caso unico nella storia dal momento che ogni addio non era mai stato, prima d’ora, spontaneo. Anche se bisogna sottolineare che ‘adesione si deve in realtà alla precedente amministrazione, quella di Barack Obama. Infatti, nel 2006, anno della creazione del Consiglio nato in sostituzione della Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite., l’allora presidente Usa George W. Bush rifiutò di aderire. Lunga la lista dei NO di Washington nei confronti di un organismo, o di un accordo, internazionale. Si parte dal Trattato di Parigi sull’ambiente passando per l’accordo sul nucleare iraniano e persino, ad ottobre del 2017 con l’Unesco. Per quanto riguarda la Nato e il Trattato dell’Atlantico del Nord c’è una forte insofferenza per obblighi finanziari definiti spropositati. Insofferenza che non ha mai portato a parlare di abbandono. Per ora.

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mirko mancini

mirko mancini - 10 ottobre 11:21 Rispondi