Le nuove sfide per il prossimo capo del FMI

Con Christine Lagarde dimissionaria e pronta ad andare a Bruxelles, il Fondo Monetario Internazionale si trova di fronte a nuove sfide, prima fra tutte trovare un capo in grado di affrontarle.

Il panorama internazionale

Anche perché all’orizzonte non si intravedono figure sufficientemente carismatiche e che abbiano una preparazione adeguata anche verso argomenti particolarmente complessi come le criptovalute. Argomenti il cui impatto avrà risvolti non solo sul piano economico e finanziario ma anche su quello sociale riformulando nuovi parametri di valutazione nel flusso dei capitali. Ora, il panorama internazionale è senza dubbio più complesso di otto anni fa, quando la Lagarde arrivò a Washington e questo è un dettaglio di cui tenere conto. Infatti il processo di selezione (e di elezione) del nuovo presidente è caratterizzato da una forte dose di politica. La presenza europea è sempre stata determinante e questo i 28 del blocco lo sanno perfettamente, tanto da mettere in campo già una rosa di nomi.

L'elenco dei candidati

Il primo dei nomi in lista è quello di Jeroen Dijsselbloem, ex presidente dell’Eurogruppo, il secondo è Mario Centeno, ministro delle finanze portoghese e attualmente capo dell’Eurogruppo. Altra presenza iberica è quella di Nadia Calvino, ministro delle finanze spagnolo. Il nord Europa, invece, è rappresentato da Olli Rehn, governatore della banca centrale finlandese ed ex commissario europeo per l’euro. Chiude la rosa Kristalina Georgieva, bulgara, attuale amministratore delegato della Banca mondiale. L’ufficializzazione della scelta da parte del consiglio di amministrazione arriverà il 4 ottobre. Tante le prossime sfide per il Fondo Monetario e soprattutto per il suo nuovo numero uno.

La guerra commerciale

La prima di cui tenere conto è l’ormai logorante guerra commerciale, una guerra i cui effetti sembrano alquanto controversi: di oggi la notizia che le entrate di Huawei, la compagnia al centro di un forte boicottaggio statunitense, avrebbe visto le sue entrate del primo semestre aumentare di oltre il 23% nonostante i venti politici contrari. Altra conseguenza della disputa cino-americana sono i dazi ed il protezionismo che Washington potrebbe applicare anche verso altre nazioni. Ma dall’altro lato non bisognerà ignorare nemmeno l’insorgere di una nuova guerra valutaria.

La guerra valutaria

In quest’ultimo caso, infatti, i tagli ai tassi di interesse che si preannunciano da parte delle maggiori banche centrali, potrebbero creare nuove tensioni sul mercato valutario. Intanto la Banca centrale del Giappone si è già dichiarata disposta “senza esitazione” a dar vita ad ulteriori simoli qualora l’economia perdesse slancio, pur di raggiungere quel target del 2% sull’inflazione. Per voce del governatore Haruhiko Kuroda la BoJ ha inoltre confermato i tassi negativi a -0,1% e rivisto al ribasso le stime per la crescita economica della nazione. Il 2019, infatti, arriverebbe non oltre lo 0,7% invece dello 0,8% precedentemente previsto. Ma c’è anche un’altra valutazione da fare: dopo 10 anni di stimoli economici, gli strumenti in mano alle banche centrali saranno ancora in grado di dare i propri frutti?

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