Blankfein (ex ceo Goldman) sta con Trump

Mentre tutti guardano con apprensione alle ultime evoluzioni delle trattative tra Usa e Cina nella guerra commerciale praticamente in atto, l’ex CEO di Goldman Sachs Lloyd Blankfein ha affermato che i dazi e le continue minacce di applicarli anche su larga scala potrebbero essere un’efficace arma in mano agli Usa. Ecco perché.

La logica di base è giusta?

La Cina basa ancora la sua economia sull’export non ostante le politiche del governo centrale che puntano a stimolare la domanda interna. Ma questi progetti daranno i loro frutti molto più avanti nel tempo. Per adesso Pechino è ancora la fabbrica del mondo. Meno di prima, forse, ma tanto per riuscire a vedere nei dazi una possibile, concreta minaccia. Da parte sua Washington sa che, così facendo, può portare il consumatore medio statunitense a preferire prodotti locali invece di quelli importati.

Non solo per una questione economica ma, anche, solleticando il suo patriottismo. In questo caso, però, si tratterebbe di una strategia che porterebbe vantaggi agli Usa solo dopo qualche tempo. Nell’immediato, infatti, le tensioni avrebbero impatti negativi su entrambi i fronti. Guardando invece al futuro, continua l’ex CEO di Goldman Sachs , ad uscire vincitrice sarà Washington. 

Le critiche di risposta

Per questo motivo “le tariffe potrebbero essere uno strumento di negoziazione efficace”, una dichiarazione arrivata nelle scorse ore ovviamente via tweet, e che ha incontrato parecchie critiche. Si tratta, infatti, di una semplificazione eccessiva. Anche perchè non terrebbe conto dell'impatto sul resto del pianeta. Senza dimenticare che la politica dei dazi voluta da Trump contro la Cina è considerata una sorta di esperimento da applicare, in futuro, anche alle altre economie. Non per niente si sono aperti fronti commerciali sia con l'Unione Europea che con il Giappone. Senza dimenticare che il nuovo trattato NAFTA con Canada e Messico dev'essere ancora ratificato dal Congresso. A questo si aggiunga anche un altro particolare.

La migrazione di Pechino

Le aziende sia cinesi che statunitensi hanno contratti che non si possono cambiare, per quanto riguarda le tempistiche di produzione e consegna, da un giorno all’altro, il che impone la presenza di dazi anche sul lungo periodo. Inoltre molte aziende cinesi, per aggirare l’ostacolo, hanno spostato la propria produzione nella zona del sud est asiatico, esente dalla politica di rivalsa dei dazi. una mograzione che, in realtà, è iniziata da tempo anche a causa dell’aumento del costo del lavoro in Cina.

Intanto gli Stati Uniti hanno imposto una serie di aumenti che dal precedente 10% sono arrivati al 25% nell’ultima settimana su ben $ 200 miliardi di merci importate dalla Cina. Non si è fatta attendere più di tanto la risposta della Cina che ha fatto altrettanto (25% di dazi dal 1 giugno) su $ 60 miliardi di beni statunitensi.

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