Petrolio tra speranze e tensioni ribassiste

Attualmente il petrolio vede un Brent poco sotto i 63 dollari al barile (62,9) e un Wti poco sotto i 56 (55,98) in fase di leggero rialzo dopo le ultime dispute tra Usa e Iran. La paura degli esperti è che l'andamento della materia prima non rispecchi i reali rischi che si corrono nella zona. 

Cosa sta succedendo al petrolio?

Non sono servite a molto le tensioni in Medio Oriente se non a dare, per ora, qualche oscillazione. L’ultima notizia riguarda una petroliera straniera sequestrata nello stretto di Hormuz dai Pasdaran iraniani con l’accusa di trasportare petrolio di contrabbando. Una notizia che, in altri tempi, avrebbe portato le quotazioni dell’oro nero ad infiammarsi, cosa che invece, non è avvenuta. Adesso la notizia dell’abbattimento da parte delle forze statunitensi, di un drone iraniano. Un evento che, nella teoria e nella pratica, ha aumentato le già alte tensioni tra le parti ma non, parallelamente, i prezzi del barile in modo adeguato.

Il motivo?

Come spesso accade, il motivo è più di uno. Il primo sono le grandi preoccupazioni sulla domanda futura, in un’economia che, a tutt’ora, è vista in rallentamento. Le banche centrali si muoveranno presto, e all’unisono, per stimolare la crescita. Però il percorso non solo è ancora lungo ma anche incerto. Dopo oltre 10 anni di politiche accomodanti ci si ritrova nuovamente a dover tagliare i tassi e, con ogni probabilità, anche ad adottare misure di supporto. Senza contare il fatto che il Medio Oriente, anche a causa della rivoluzione dello shale oil, non rappresenta più l’unico fulcro produttivo del greggio. Il che rende le pressioni che tendono a crearsi nella zona, meno determinanti per le quotazioni. In altre parole: il prezzo del petrolio non riflette in alcun modo il rischio connesso alla crisi che si sta sviluppando in Medio Oriente. Gli Usa, ormai da tempo, hanno conquistato la vetta di paese produttore, il che permette a Washington di avere il coltello dalla parte del manico nella questione iraniana.

Usa nuovo ago della bilancia

Da ricordare, inoltre che non più di 48 ore fa sono stati resi noti i dati sull'aumento delle scorte di greggio negli Stati Uniti. Le cifre pubblicate dal Dipartimento dell'energia statunitense hanno confermato che nell'ultima settimana le scorte strategiche di petrolio sono calate meno di quanto gli esperti avevano sperato. Numeri alla mano si parla di un calo effettivo pari a 3.116 milioni di barili contro previsioni che invece indicavano i 3,7 milioni.

E l’Opec?

Poco, se non nullo o temporaneo, l’approccio che può dare l’Opec. La sua strategia di tagliare la produzione ha permesso una ripresa dei prezzi, ma resta il fatto che le quote di mercato lasciate scoperte dall'Organizzazione dei paesi produttori viene man mano occupata dagli Stati Uniti. Una considerazione che merita più di una riflessione dal momento che adesso l’Opec si può avvalere, vita natural durante, dell’apporto della Russia e di altri paesi esterni. Intanto si registra un rialzo sull’oro nonostante le ultime dichiarazioni rassicuranti da parte del segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, e del portavoce del Commercio Robert Lighthizer. Questi ultimi due hanno infatti confermato che, dopo colloqui con le loro controparti cinesi, il ritorno al dialogo tra le due potenze è assicurato.

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