Perché il petrolio è aumentato

Dopo qualche settimana di sofferenza, la quotazione del petrolio è tornata in aumento. Queste le ragioni dietro al rally.

Petrolio in aumento: le ragioni dietro al rally

Dopo una fiammata iniziale che ha portato il barile a rialzi anche del 5% sul Wti, si registra, adesso una leggera flessione. Attualmente il prezzo si aggira sui 64,2 dollari al barile per il Brent (in calo dello 0,35%) e 56,8 dollari per il Wti (-0,5%). Un aumento, quello registrato nelle ultime ore, che fa il paio con il rally visto anche sull’oro, vicino a quota 1.400 dollari. In realtà le richieste di oro sono aumentate anche per i timori di una possibile recessione in arrivo. I dati sull’economia Usa continuano ad essere poco incoraggianti e le decisioni delle banche centrali di mantenere i tassi bassi quando non di tagliarli, sono senza dubbio un fanalino di allarme. Ma per quale motivo il petrolio sale in vista di una recessione e, quindi, a rigor di logica, di un calo della domanda?
La spiegazione potrebbe essere in un complesso mix di fattori.

Usa ormai perno centrale

Il primo sono gli Usa, perno centrale da cui tutto parte. Gli Usa, infatti, sono stati i responsabili della rivoluzione shale oil ovvero quella che da sola ha alterato i delicati equilibri geopolitici del settore. Ebbene proprio dagli Usa è arrivata la notizia che le giacenze sono in calo. Secondo quanto reso noto dall’EIA, divisione del Dipartimento dell’Energia statunitense, le scorte di petrolio della settimana chiusasi al 14 giugno 2019 sono calate di 3,1 milioni. A conti fatti si parla di a 482,4 MBG contro i 485,5 MBG della scorsa settimana. Un calo che diventa ancora più forte se si considera che le previsioni erano per 1, 07 milioni di barili. In calo anche gli stock di distillati: -0,6 milioni ovvero 127,8 MBG dai precedenti 128,4 MBG della settimana precedente. Non è andata bene nemmeno per le scorte di benzina: la perdita è stata di 1,7 milioni e cioè 233,2 MBG invece di 234,9 MGB proprio quando il consensus votava per un aumento di 0,9 milioni.

Tensioni con l’Iran

Da qui la previsione che, di fronte ad un eventuale pericolo di recessione (oltre che di un rallentamento certo della crescita a livello mondiale) ci potrebbe essere il riequilibrio. Il tutto dettato da un calo parallelo dell’offerta da parte di un market mover di primo piano come gli Usa.

E ancora, sempre dagli Usa, le notizie riguardanti le tensioni con l’Iran dopo gli attacchi alle petroliere saudite. Tensioni che si sono acuite con l’abbattimento di un drone Usa da parte di Teheran. Tutto questo ha portato il presidente Donald Trump a sottolineare la possibilità di un bombardamento. Dichiarazioni forti che sono poi state ritirate.

La questione Opec+

Attualmente, però, non è dato sapere se il cambio di rotta dell’amministrazione Trump sia effettivamente tale oppure solo una mossa strategica per mettere sotto pressione l’avversario.

C’è poi il terzo elemento: l’Opec. O per meglio dire OPEC+. Dopo iniziali difficoltà nel trovare una data per la prossima riunione (poi fissata dal 1 al 2 luglio) sembra chiara l’intenzione di tutti i paesi nel proseguire con la strategia di tagli sulla produzione in modo da continuare a dare un supporto ai prezzi dell’oro nero.

1 - Commento

Domenico Raimondo - 23 giugno 08:31 Rispondi

d'accordo sulla estrema volatilità del prezzo dell'oro nero