Wall Street: per Morgan Stanley l'S&P 500 scenderà fino a 4.000 | Investire.biz
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Wall Street: per Morgan Stanley l'S&P 500 scenderà fino a 4.000

La banca d'affari americana si mostra non troppo ottimista nei confronti del principale indice americano. Ecco le ragioni e quali sono le incognite future per i mercati

Wall Street sta per affrontare un banco di prova molto difficile in questo mese con l'apertura della stagione delle trimestrali. Settembre è stato il peggior mese dell'anno facendo segnare una correzione del 5%, come non si vedeva dallo stesso periodo del 2020. Questo perché nel frattempo sono subentrate tante cose che hanno minato la fiducia degli investitori e le aspettative brillanti sugli utili aziendali.

All'inizio del 2021 il 75% delle revisioni da parte degli analisti era improntato al rialzo, adesso invece le attese sono molto più sobrie. In base ai dati raccolti da DataTrek, tra il 3 settembre e l'8 ottobre le stime di profitto del terzo trimestre si sono abbassate dello 0,8%.

La crisi degli approvvigionamenti e il conseguente aumento del prezzo delle materie prime hanno condizionato non poco la produzione aziendale in svariati settori, creando interruzioni con la chiusura degli stabilimenti. Non da meno è stata la presenza ancora massiccia del Covid-19 in alcuni Paesi, che ha limitato la capacità produttiva delle aziende. Un esempio su tutti l'esplosione dei contagi da variante Delta in Vietnam che ha costretto ai box le fabbriche di imprese come la Nike.

 

Wall Street: per Morgan Stanley S&P 500 a 4.000 punti

Morgan Stanley è convinta che saranno di più le revisioni al ribasso degli utili in questa stagione delle trimestrali rispetto a quelle al rialzo. In uno scenario così configurato gli investitori tenderanno a vendere le azioni, con l'indice S&P 500 destinato a scendere.

Gli analisti della Banca vedono il paniere collocarsi a 4.000 punti entro la fine dell'anno, il che comporta un calo dell'8% circa rispetto al suo valore attuale di 4.350. Se si prende a riferimento il massimo storico conseguito il 2 settembre 2021 a 4.536 punti, lo scivolone sarebbe dell'11,8%.

Già il mese scorso Morgan Stanley aveva manifestato segnali di pessimismo verso il principale indicatore borsistico statunitense per via delle prospettive cupe che arrivavano dalla Cina e dell'annuncio del tapering da parte della Federal Reserve.

In un rapporto l'istituto finanziario aveva immaginato 2 scenari, uno ottimistico che avrebbe comportato un ritracciamento fino al 10% e uno negativo dove invece il sell-off avrebbe spinto l'indice fino a un -20%. L'andamento che Wall Street ha avuto da allora non ha smentito la visione degli esperti della banca, almeno per il momento.

 

Wall Street: alcune incognite per i prossimi mesi

Quanto avrà ragione Morgan Stanley con ogni probabilità è condizionato allo sviluppo di alcuni temi caldi che potranno incidere sull'umore degli operatori di mercato, al di là delle risultanze trimestrali. La Cina è forse in questo momento la principale fonte di preoccupazione sia sul fronte Evergrande, che sta per deflagrare, sia con riferimento all'energy crunch che ha paralizzato interi comparti industriali. Tutti si aspettano che le Autorità di Pechino si muovano nel senso di stabilizzare i mercati, ma tutto ciò che arriva da quelle parti si presta sempre a un rebus dalla risoluzione non immediata.

Vi è da capire come i Governi e le aziende reagiranno alla persistente carenza di chip, che ormai rappresentano linfa vitale per una grande quantità di attività industriali. Molti stanno mettendo in piedi dei piani per sopperire all'eccesso della domanda riequilibrando il mercato, come ad esempio il maxi-investimento di 100 miliardi in 3 anni del principale fornitore di semiconduttori a livello mondiale, TSMC. Questo però richiede tempo e in questo momento c'è un'estrema urgenza affinché vengano trovate soluzioni immediate.

Infine sarà da vedere se la pandemia finirà davvero in un angolo o proverà ancora a rialzare la testa. In molti Paesi la vaccinazione è ancora scarsa e, in un mondo globalizzato, vi è il pericolo che lo sviluppo di un'altra variante possa finire per colpire anche quegli Stati dove il virus al momento non dà troppi pensieri, con ovvi riflessi deleteri sulle attività produttive.

 

 

 

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