Tutto come prima: Trump e Powell allo scontro frontale.

Non è cambiato niente...

Ormai quella che si va delineando è sempre più una guerra tra Trump e Powell per il controllo dell'economia monetaria del paese a stelle e strisce.

Powell ha ridotto i tassi per la seconda volta dopo la fine del quantitative easing e dalla grande crisi del 2008, ma questo a Trump non basta e tuona ancora una volta parlando di Fed poco coraggiosa. Probabilmente non è stato il taglio soltanto di un quarto di punto da 2,25% a 2% ma ciò che il governatore della banca centrale statunitense ha detto in conferenza stampa a fare infuriare il premier Usa.

Powell infatti ha sostenuto che mai si vedranno tassi negativi e che l'economia statunitense sta navigando in acque sicure come del resto hanno dimostrato sia la crescita delle vendite al dettaglio oltre le previsioni, sia il sentiment dei consumatori che è uno termometro importantissimo per valutare la possibile evoluzione dei consumi futuri che sostengono la crescita.

Non solo... il numero uno della Fed ha rivendicato l'indipendenza dell'istituto monetario nell'attuazione della politica del FOMC, ma il colpo di grazia a Trump è stato inferto invece parlando di un'economia americana in rallentamento sul fronte commerciale per effetto della guerra sui dazi. Altrimenti detto, se non ci fosse stato il can can che ha combinato il vivace presidente non ci sarebbe la benché minima preoccupazione sull'economia da nessun fronte.

Ovviamente le mire di Trump sono altre, è convinto di raggiungere il miglior accordo commerciale con la Cina che il popolo americano abbia mai visto e di farlo prima delle elezioni presidenziali del 2020. Quanto questo possa appartenere alla propaganda elettorale o abbia qualcosa di effettivo ce lo diranno gli eventi, per il momento bisogna prendere atto delle posizioni in campo. Ma in Asia è ancora in ballo l'accordo commerciale con il Giappone che stando alle dichiarazioni ufficiali sembra vicino ma ancora bisogna sbrogliare la matassa riguardo dazi e politica monetaria nipponica. Infatti il tema dello scontro sarebbe soprattutto sul terreno dell'espansione monetaria della BOJ la quale vorrebbe continuarla senza ingerenze esterne, ma a quanto sembra il premier Usa chiederebbe un atteggiamento più da falco in cambio della promessa di non calare la mannaia del 25% sulle auto giapponesi importate in Usa.

Quindi cosa farà il dollaro? Attualmente il dollar index ha raggiunto quota 98 e sembra in una zona di ipercomprato, ma c'è da chiedersi effettivamente verso quale valuta potrebbe perdere valore. Probabilmente visto l'indirizzo ormai marcato che hanno preso la BCE e BOA sul fronte tassi e allentamento monetario c'è da avere molti dubbi che lo possa fare nei confronti dell'euro e del dollaro australiano. Il destino della sterlina è legato a doppio filo all'accordo di fine ottobre riguardo Brexit, quindi potrebbe essere una variabile impazzita. Rimane lo Yen, ma non prima di sciogliere i nodi che riguardano sia l'atteggiamento di Kuroda il quale, occorre dirlo, non ha nella riunione di questa notte abbassato ulteriormente i tassi portandoli in territorio ancora più negativo, come qualcuno pensava, sia la stipula di una patto di ferro Usa-Giappone come auspicato dai presidenti dei due governi in causa.

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