Lira turca ai minimi da 7 mesi. E potrebbe non essere finita

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha vinto il ricorso per annullare il risultato delle ultime elezioni amministrative a Istanbul, vinte dall’opposizione. Risultato: la lira turca è crollata ai minimi da oltre 7 mesi. E potrebbe anche peggiorare. 

Lo smacco elettorale

L'alto comitato elettorale del Paese ha quindi dato ragione a presidente e ha imposto la ripetizione del voto a giugno, per la previsione il 23. Si trattava di un voto che aveva permesso ai nemici del presidente di poter dimostrare al mondo intero l’esistenza di alcune, vistose, crepe nel consenso popolare. Crepe che si sono rafforzate soprattutto nella società delle grandi città. Ad Istanbul, ad esempio, il sindaco dell’opposizione repubblicana del Chp, Ekrem Imamoglu era riuscito a strappare la vittoria. Un risultato a sorpresa che ha però portato l’Akp, il partito islamico-conservatore del presidente Erdogan, a denunciare la presenza di irregolarità nel voto.

Crollo della lira

Sul fronte valutario, intanto, il dollaro in rialzo sulla divisa nazional fino a 6,17 lire turche in parallelo a un -1,60% della borsa di Ankara. Allargando la visuale al resto dell’anno è impossibile non notare un -14% 

Ma i mercati sono sotto pressione anche per altri motivi. Prima di tutto la decisione potrebbe innescare nuove tensioni interne nel paese con il rischio di disordini in piazza. Inoltre non bisogna dimenticare che Erdogan, con una scelta di stampo prettamente populista, ha deciso di fare ulteriori pressioni anche sulla banca centrale affinché tagliasse il costo del denaro e desse vita ad operazioni di stimolo finanziario nonostante un’inflazione a due cifre che ha da tempo superato il 20%. Una strategia che ha messo in allarme gli investitori a loro volta bloccati, nelle scorse settimane, da alcuni divieti da parte delle autorità bancarie di Ankara, di accettare posizioni speculative sulla lira turca.

Le tante fragilità di Ankara

A questo si aggiungano riserve in valuta estera deboli, un ampio deficit delle partite correnti e crescenti tensioni con gli Stati Uniti. Il tutto senza contare i già nefasti effetti della guerra dei dazi che si erano evidenziati nei mesi scorsi. Priva di un serio piano di riforme economiche (evidentemente troppo rischiose da un punto di vista politico per essere applicate), la nazione deve anche registrare un’impennata dei rendimenti dei titoli di stato. Nello specifico si parla di un decennale al 18,80% mentre il biennale supera il 22%. Un panorama estremamente fragile per permettere alle istituzioni turche di essere giudicate affidabili agli occhi degli investitori internazionali.

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Enrico Lanati

Enrico Lanati - 08 maggio 09:14 Rispondi