EurUsd, la soglia del dolore è 1.14

E’ arrivato il momento in cui il Presidente della Fed Jerome Powell sembri aver preso atto che forse Trump avesse ragione. La politica dell’autorità monetaria americana è sbagliata, o meglio va ricalibrata alla luce di una nuova ed inaspettata realtà.

Se la teoria tradizionale dell’economia prevedeva un rialzo dell’inflazione per effetto della trade war, la realtà è stata finora ben diversa. L’ombra della deflazione sembra infatti affacciarsi su tutte le piazze mondiali, dai paesi emergenti a quelli sviluppati.

I dazi applicati dagli States alla Cina, quelli che verranno applicati al Messico, le sanzioni alla Russia, tutti elementi che non hanno fatto altro che imporre un drastico taglio dei costi alle società private combinato ad un aumento della produttività, ma non solo. Se dalla Cina non si riesce più ad importare la merce low cost si sposta la produzione nel vicino Vietnam che non a caso sta vivendo una fase di eccezionale sviluppo e che paradossalmente abbassa i prezzi ai clienti occidentali.

Ma se la Cina rallenta anche la domanda di materie prime lo fa, così paesi dipendenti dal ciclo cinese come l’Australia si trovano costretti a ridurre i tassi di interesse al minimo storico del 1.25%. L’Europa non esce dalle secche di bassa crescita e bassa inflazione, il Giappone è un malato cronico ed ora anche gli Stati Uniti rischiano di rallentare più del previsto con una recessione che Morgan Stanley non esclude per l’inizio del 2020.

Trump non si può certamente permettere di mandare l’economia in recessione prima delle elezioni ed ecco che Powell si mostra pronto a intervenire, se necessario.

Considerato che a dicembre i rialzi previsti sui tassi erano due, a febbraio nessuno ed ora almeno un taglio è previstoper certo a settembre (tutto con disoccupazione ai minimi) abbiamo l’idea di quanto dipendente dai mercati sta diventando la politica della FED. Il mese di maggio negativo per l’azionario e l’inversione della curva dei rendimenti sono stati due messaggi chiari recapitati a Powell e soci.

E il Dollaro? Qui sta forse il mistero più fitto. EurUsd da tempo si muove infatti in un lento ma inesorabile trend ribassista che dai tempi del death cross di giugno 2018 ha assunto una caratteristiche singolare di bassissima volatilità.

A più riprese EurUsd ha tentato di scendere sotto 1.11, ma anche l’ultima speculazione legata ad un taglio più ravvicinato del previsto dei tassi ha evitato questo break ribassista. Fino a quando la media mobile a 200 giorni attualmente in transito a 1.138 reggerà, il pericolo di una messa in discussione del bear market di EurUsd non c’è.

Atteggiamento che dovrebbe inevitabilmente cambiare in caso di superamento di area 1.1450 anche perché da diverse settimane lo spread tra Treasury e Bund si sta restringendo. Bella notizia per chi effettua coperture del rischio cambio, meno buone per chi invece è possessore di biglietti verdi.

L’eventuale debolezza del Dollaro potrebbe sbloccare a catena una serie di trend dipendenti dal biglietto verde. Commodities ed ora più paesi emergenti sarebbero i primi beneficiari di un EurUsd stabilmente sopra 1.1450.

Quindi stop and reverse su EurUsd sopra questo livello di resistenza, ma fino ad allora rimanere lunghi di Dollari non è una scelta sbagliata.

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