Dov'è finita la volatilità delle valute?

  • Il 2019 è stato uno degli anni meno volatili per il mondo valutario;
  • La stessa situazione si è registrata anche su altri mercati;
  • Anomalia oppure situazione spiegabile con lo stato dell'economia mondiale?

Il 2019 non è stato solo uno degli anni più caldi dal punto di vista climatico, ma anche una delle annate meno volatili della storia per quello che riguarda il mondo del Forex. Lascio a chi è più esperto del sottoscritto le valutazioni operative che questa situazione potrà comportare sui vari rapporti di cambio nel corso del 2020.
L’aspetto è però singolare e merita attenzione in quanto il mercato più liquido del mondo è spesso e volentieri il termometro dell’intero mondo finanziario.

Una bassa volatilità è compatibile con un’annata straordinaria sotto il punto di vista delle performance e non ci dice nulla circa i futuri risultati.

Certamente una volatilità annua delle divise del G7 pari a 5.5% nel 2019 rispetto ad una media che dal 1992 è stata di 10.1 non è un dato che passa inosservato. Agli statistici farà piacere sapere che questa lettura si colloca nel 1% più basso dell’intera serie. Agli amanti della mean reversion l’acquolina in bocca sta salendo a dismisura.

In un articolo su Seeking Alpha l’analista Alberto Boquin della società di asset management Brandywine Global Investment ha cercato di dare una risposta a questa anomalia.

Se prendiamo per esempio l’andamento di EurUsd ci accorgiamo di come il mercato è praticamente anestetizzato. La differenza tra i massimi ed i minimi del cambio spot ha oscillato per due decadi tra 10 e 25 centesimi. In due casi lo spread si è ampliato sopra i 35 cent, nel 2008 quando il petrolio esplose a 150$ al barile e nel 2014 quando la BCE introdusse il QE. Ora ci troviamo in una condizione altrettanto estrema e mai vista, ma dal lato opposto. Lo spread tra max e min a 52 settimane si ferma infatti a soli 7 cent.

Ad essere onesti questa condizione del VIX valutario la si nota nel più celebre VIX azionario ma anche negli spread creditizi del mondo high yield compressi a livelli molto bassi.

La domanda che si fa quindi l’analista americano è se c’è qualcosa di sbagliato nell’attuale volatilità di mercato.  Una risposta arriva dalla differenza di crescita trimestrale più alta rispetto a quella più bassa all’interno dei paesi del G7. Siamo ai livelli più bassi dal fallimento di Lehman poco sopra l’1%.

Quindi non sono solo i mercati ad essere tranquilli e poco volatili, ma le stesse economie viaggiano in modo sincronizzato con  poche differenze tra l’una e l’altra.  Lo stesso potremmo dire dei differenziali di inflazione.
Naturalmente la tentazione di ogni speculatore in questo momento è quella di comprare call sulla volatilità per sfruttare gli inevitabili momenti in cui prima o poi la stessa volatilità ritornerà tra di noi risvegliandosi dal lungo torpore.

La mia sensazione è che questo non accadrà fino a quando le Banche Centrali manterranno la politica monetaria sulla parabola espansiva attuale. Non appena tornerà ad aleggiare l’ipotesi di una rimozione degli stimoli sono convinto chela sala da ballo riaprirà e, vista la compressione senza precedenti raggiunta dalla volatilità, le scosse telluriche saranno alquanto violente.

A quel punto chi avrà una buona dose di liquidità a disposizione potrà finalmente rimetterla al lavoro con aspettative di rendimento molto interessanti.

---

Come influiscono le guerre sull'economia e le borse?

Leggi questo articolo

---

0 - Commenti