Turnover di portafoglio, centro di costo spesso trascurato

In un precedente articolo ci siamo occupati dei costi più o meno conosciuti dagli investitori che gravano su un ETF.

Zavorre che rendono più complicato di quello che si è portati a pensare la replica di un indice, ma comunque un male sempre minore rispetto a quello che la maggior parte dei fondi a gestione attiva è costretto a fare per cercare di battere il benchmark, una movimentazione particolarmente spinta del portafoglio.

Il cosiddetto turnover rate misura sotto questo punto di vista proprio la frequenza con cui i titoli entrano ed escono dal portafoglio di investimento di un ETF piuttosto che di un fondo.

Il turnover di portafoglio di un fondo è la misura che indica quanto viene movimentato nell’anno il patrimonio gestito dal fondo stesso ovvero quanti acquisti e vendite di titoli sono stati effettuati dal gestore.  Il calcolo è relativamente semplice ed è rappresentato dalla somma percentuale di acquisti e vendite rapportata al patrimonio netto del fondo.

Più il fondo ha una gestione attiva più probabilmente il turnover rate sarà elevato.

E perché proprio questo elemento paradossalmente rappresenta uno dei killer dell’alpha (quindi del contributo portato da un gestore rispetto ad un benchmark di riferimento) lo possiamo immaginare.

Tante operazioni a parità di condizioni significano costi più elevati (ed anche più frequente pagamento di tasse) per effetto di oneri di brokeraggio che dovranno essere pagati alle controparti con le quali saranno completati i trade.

Sono molto pochi gli strumenti (ETF e fondi) che pubblicano questa importante informazione soprattutto per i costi indiretti che vanno a gravare sul patrimonio di ogni investitore.

Proprio sul fattore informazione e trasparenza ci piace segnalare i factsheet di Vanguard che sotto questo punto di vista offrono informazioni accurate e puntuali. Tanto per dare un’idea di cosa stiamo parlando sul factsheet dell’ETF Vanguard FTSE Developed World il Turnover Rate è segnalato al 3%.

Questo numero ci indica che il 3% del portafoglio è stato sostituito durante l’anno con nuovi investimenti.

Un livello pari a 1 significherebbe che l’intero portafoglio è stato disinvestito e reinvestito durante l’anno. Si può capire molto agevolmente come i costi di transazione incidano in questo caso sul patrimonio del fondo (e quindi sul NAV) in modo irrilevante e marginale.

Alla data di febbraio 2019 Morningstar indica in 63% il turnover medio dei portafogli azionari americani. 63% contro 3%, una bella differenza che significa tanti costi in più sostenuti da gestori (e quindi investitori) per cercare di battere un indice.

Un interessante studio americano ( https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3339553)  ha analizzato i dati di 2100 fondi comuni di investimento nel periodo 1991-2012 esaminando l’impatto dei costi e del turnover di portafoglio.

Una interessante conclusione è arrivata da questa analisi.

I fondi con strategie più attive, alti costi o alto turnover presentano una più alta dispersione dei rendimenti rispetto a quelli con valori più bassi di questi fattori. Una maggiore dispersione dei rendimenti significa naturalmente profitti più alti in certi periodi, ma anche perdite più alte rispetto ad un benchmark in altri periodi.

La volatilità non è mai piacevole soprattutto quando si è vicino al raggiungimento dell’obiettivo.

Ecco perchè un basso turn over di un fondo o ETF è un fattore da valutare sempre positivamente.

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