Investire nel settore agricolo sarà una buona idea se...

  • I prezzi delle commodity agricole continuano a scivolare verso il basso;
  • L'investimento in società del settore agribusiness non è strettamente correlato con quello dei prezzi delle materie prime sottostanti;
  • Vediamo con quali prodotti cavalcare questo tema poco pubblicizzato ma estremamente importante per l'economia mondiale.

Le commodity agricole da 5 anni stanno vivendo un calo dei prezzi che ormai ha superato il 30%  Il Bloomberg Agriculture Subindex Total Return perde quasi il 40% se la scansione temporale la facciamo a a 10 anni, un dato che testimonia come questo tipo di investimento non è stato certamente vincente in una decade in cui il mercato azionario ha mostrato tutto il suo vigore con rialzi spettacolari.

Come vediamo dal grafico siamo arrivati di nuovo a ridosso di resistenze particolarmente significative per questo tipo di commodity in palese bear market.

Di nuovo perché già a luglio mi ero occupato di questo indice di mercato.

Ancora non siamo di fronte all’inversione, ma va da sé che la prima associazione che può fare un investitore a cui piace il mercato azionario è quella con le società impegnate nel settore dell’agribusiness.
Sgombriamo subito il campo da un equivoco di fondo.

Investire nel paniere di società presenti nell’indice S&P Commodity Producers Agribusiness non significa automaticamente godere di un  diretto beneficio di un potenziale rialzo delle commodity agricole.
La correlazione storica ad 1 anno tra i due indici è infatti pressochè inesistente.

Quello che invece ha molto più senso analizzare in questo caso è il rapporto di forza relativa tra il settore dell’agribusiness ed un classico azionario mondiale. Qui si che la correlazione con le commodity agricole si alza e qui si che apprezziamo una risalita della forza relativa nelle poche volte in cui i prezzi agricoli sono saliti negli ultimi anni.

Detto questo è inevitabile che un rialzo del sottostante commodity potrebbe dare beneficio al settore azionario anche in termini assoluti e non solo relativi.

Esiste a tal proposito un ETF emesso da iShares che replica proprio l’indice citato sopra.

Il TER di questo prodotto nato nel 2011 e con accumulazione dei dividendi è di 0.55%. Non eccezionale (ma neanche troppo basso) l’Asset Under Management di poco superiore ai 60 milioni di $ e la diversificazione visto che sono presenti al momento 75 società. Il problema è però che le prime 10 società in portafoglio pesano per il 55% del totale con Deere come prima società al 10%. 

A livello settoriale c’è un po’ di tutto. Società impegnate in beni di largo consumo (55%), materiali (23%) ed industriali (21%). Peso preponderante come per tutti i settoriali mondiali degli Stati Uniti (47%).
Giappone, Canada e Norvegia seguono con percentuali comprese tra il 7% e il 10%.

Dal lancio l’ETF porta a casa una performance annua del 6%, praticamente la metà di un indice azionario mondiale. La testimonianza di quanto il settore ha fatto peggio del mercato azionario nel suo complesso.
In conclusione possiamo dire che l’agribusiness non è stato certamente tra quei settori che più ha entusiasmato negli ultimi tempi.

Un’inversione di tendenza da parte delle materie prime agricole riporterebbe sotto i riflettori questo comparto.

Attendiamo segnali di prezzo per avere prove concrete di inversione in corso.

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