Investire in bond cinesi nell'era della trade war

A maggio Trump scatenò la tensione sui mercati finanziari con un tweet che accusava la Cina di non rispettare gli accordi sui dazi. Da quel momento il Renminbi cinese ha perso fino al 7% contro Dollaro americano e poco meno contro Euro. Questo movimento è stato accompagnato dal decollo dello spread tra Treasury americani e titoli di stato cinesi che ha superato i 150 punti base (eravamo a 50 ad inizio anno), toccando i livelli di fine 2017.

Il Pil cinese pubblicato la scorsa settimana ha generato la crescita trimestrale più bassa degli ultimi 30 anni e naturalmente questo ha depresso tassi e valuta.

Titoli di stato più rischiosi e valuta più debole, la sentenza del mercato è stata netta e finora ha prodotto ben poco valore aggiunto per chi ha scelto questo tipo di investimento.

A Milano esiste un ETF che investe in bond statali cinesi (Xtrackers II Harvest China Government Bond) a replica fisica che in un anno irripetibile per i mercati obbligazionari è riuscito a portare a casa nel 2019 una performance di poco superiore al 2%.

Lo strumento a distribuzione dei dividendi annuale è costituito esclusivamente da titoli di stato cinesi con scadenze concentrate tra il 2024 e il 2026. Analizzando il titolo più pesato in portafoglio (China Government Bond 3,25% 06/2026 in CNY) ci rendiamo conto del rendimento medio del portafoglio, ovvero poco più del 3% lordo.

Il TER del prodotto è 0,4%, la liquidità è buona con uno spread denaro lettera di 0,3% circa; quindi al netto della fiscalità possiamo dire che questo prodotto è in grado di offrire all’investitore un rendimento netto superiore al 2%.

Se dal lato del differenziale di tasso con gli Stati Uniti il livello raggiunto può essere interessante, il rischio di aver visto un minimo sui rendimenti americani sulla parte lunga della curva pone dei quesiti sul rischio duration di questo tipo di prodotto.

Poi c’è la valuta, il Renminbi. Contro Dollaro siamo tornati a valutazioni che non si vedevano dal 2008 ma dal minimo di fine 2013 il tasso di svalutazione è risultato del 2,7% annuo. Se il percorso dovesse proseguire verrebbe di fatto annullato il beneficio di rendimento dalla svalutazione del Renmimbi.

Naturalmente non possiamo sapere se una tendenza partita quasi in contemporanea con il tapering americano, verrà invertita con il nuovo soft QE della Fed. Se però le tensioni commerciali con gli Stati Uniti dovessero allentarsi mettendo per un po’ da parte le due parole trade war allora la possibilità di un mini rally del CNY si sono.

Proprio in questi giorni stiamo vedendo un tentativo di formalizzare da parte di UsdCny un testa e spalla ribassista con tanto di return move sulla neck line recentemente violata.

Se così fosse la strada verso un UsdCny a 6.80/6.90 sarebbe spianata dando un po’ di vigore all’ETF.
Naturalmente il consiglio è sempre quello di diversificare al massimo gli investimenti anche obbligazionari.

Confidando in un maggior coinvolgimento della valuta cinese nelle riserve mondiali nei prossimi anni, questo ETF può essere uno strumento di diversificazione da inserire nella categoria bond emergenti con il vantaggio di una volatilità contenuta ed un buon premio al rischio pagato rispetto ai titoli di stato americani.

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