Il rendimento storico dei mercati azionari emergenti

Una delle letture ricorrenti che consiglio sempre a coloro che si occupano di mercati finanziari (o sono semplicemente interessati ad essi) è il rapporto annuale di Credit Suisse.

Un vero e proprio almanacco che racchiude in modo dettagliato e soprattutto accurato 119 anni di storia dei mercati finanziari. Curato da due professori della London School’s of Economics, Elroy Dimson e Paul Marsh assieme a Mike Staunton, anche il dodicesimo rapporto uscito un paio di mesi fa non ha deluso.

Oltre alle consuete statistiche sui rendimenti storici dei principali mercati azionari ed obbligazionari con annessi premi al rischio, nell’edizione 2019 c’è stato un focus sul mondo emergente che trovo utili riepilogare per inquadrare questa importante asset class azionaria presente in modo più o meno importante all’interno di ogni portafoglio di investimento.

I mercati emergenti oggi costituiscono assieme ai cosiddetti mercati di frontiera il 55% del Pil mondiale a parità di potere d’acquisto, rispetto al 37% dei paesi sviluppati.

La popolazione mondiale vive per il 59% nei paesi emergenti. La dinamica degli ultimi 40 anni è stata dirompente con una quota di Pil raddoppiata a discapito dei paesi sviluppati scesi dal 60% al 37% di peso.

Questi i numeri dell’economia, ma i numeri finanziari sono ben diversi. Il peso degli emergenti negli indici azionari globali (tipo Msci All Country World) è del 12%, paradossalmente la stessa che c’era nel 2007.

Premesso che la visione del sottoscritto circa quanti emergenti avere in un portafoglio di investimento è scritta esattamente nella quota percentuale espressa dalla capitalizzazione mondiale, è molto interessante la spiegazione che viene data nel rapporto di questo fenomeno.

La popolazione dell’indice è cambiata con paesi che erano emergenti che sono diventati sviluppati lasciando spazio a paesi economicamente più magri che a loro volta nei prossimi anni usciranno.

Ad esempio il Portogallo è diventato sviluppato nel 1997, la Grecia nel 2001 e Israele nel 2010.

Parlare  di PIL e capitalizzazione sono due cose diverse e nelle borse emergenti le capitalizzazioni non sono ancora così mostruose come nel mondo occidentale.

Poi c’è il fenomeno dell’accessibilità a tutte le borse emergenti. L’esempio classico è quello delle azioni cinesi di classe A escluse dall’indice MSCI per difficoltà di accesso all’acquisto. Lo stesso flottante medio disponibile sul mercato agli investitori è decisamente diverso tra emergenti e sviluppati.

L’average free float per gli emergenti è infatti di poco superiore al 42% contro l’89% delle azioni appartenenti al mondo sviluppato.

Ma quello che interessa ad ogni investitore è se l’investimento in paesi emergenti ripaga in modo maggiore rispetto a quello in paesi sviluppati.

La ricerca premette che non è facile mettere assieme dati dal 1900 quando il primo indice azionario sui paesi emergenti è partito nel 1985, però la risposta è a due facce.

Nel lunghissimo periodo i paesi sviluppati hanno ottenuto un rendimento annuo del 8.2% contro il 7,2% degli emergenti.

Nel periodo più corto e forse storicamente affidabile 1950-2018 il premio per l’investimento in emergenti c’è effettivamente stato con 11,7% di ritorno annuo contro il 10.5% dei paesi sviluppati.

Impossibile privarsi degli emergenti in un portafoglio diversificato, inutile e pericoloso abbondare.

4 - Commenti

Luca Discacciati

Luca Discacciati - 18 giugno 09:33 Rispondi

Dino Martin

Dino Martin - 18 giugno 21:58 Rispondi

Pietro Aulisio

Pietro Aulisio - 18 giugno 09:37 Rispondi

Dino Martin

Dino Martin - 18 giugno 22:03 Rispondi