Il "dimenticato" fattore Value

L’approccio all’investimento basato sui cosiddetti “fattori” non è  una novità.

Gli si è data una riverniciata, si sono prese due parole più consone al mondo digitale nel quale viviamo (smart beta), ma in realtà altro non sono che stili di investimento che poco meno di un secolo fa erano profetizzati da alcuni dei più grandi investitori del tempo.

Ad esempio Benjamin Graham (il maestro del mitico Warren Buffet) e David L. Dodd nel 1934 pubblicavano Security Analysis, uno dei libri sulla finanza più di successo tra gli investitori in tutto il mondo, in cui spiegavano la filosofia dell’approccio value. Nel libro Reminiscences of a stock operator di Edwin Lefèvre pubblicato nel 1923 venne invece spiegata la strategia basata sul momentum.

Compresa dalle grandi case di asset management l’imminenza di una fase di appannamento nella raccolta dei fondi tradizionali e più in generale di stili di gestione incapaci di produrre valore verso gli emergenti fondi a replica passiva low cost (tipo Vanguard tanto per intenderci), l’investimento si è diretto verso veicoli in grado di replicare strategie che ben si prestavano ad un’attività di selezione molto rigida e basata su regole automatiche.

Ecco spiegato il lancio da parte di qualsiasi casa di ETF di strumenti fattoriali momentum, size, low volatility, high dividend, value. Tutti basati sulla stessa filosofia, ognuno fondato su regole leggermente diverse proprio per specializzare un determinato prodotto rispetto a quello (quasi identico) della casa concorrente.

Abbiamo già parlato di ETF Low Volatility in questo articolo, mentre questa volta vogliamo focalizzarci sul fattore cosiddetto Value.

Il fattore value si basa sulla teoria secondo la quale certe azioni sono sottovalutate dal mercato alla luce di valori molto bassi in alcuni indicatori. Nel medio lungo periodo questa sottovalutazione risulta premiata dal mercato con rendimenti più elevati dalla media.

Gli indicatori che sono stati utilizzati già a partire dagli anni ’30 sono diversi. Dal rapporto prezzo utile fino al rapporto prezzo / valore contabile supportato in un celebre paper del 1992 di Eugene Fama e Kenneth French nel quale un basso rapporto venne individuato come uno dei migliori strumenti predittivi dei rendimenti futuri.
Sul cosiddetto premio per la qualità di un’azione rimane ancora oggi aperta una discussione piuttosto accesa.

Se è ovvio che azioni con indicatori molto bassi risultano convenienti e dalle prospettive di rendimento più elevate della media, è difficile capire se questa anomalia è un’occasione legata ad un’inefficienza del mercato quanto piuttosto una corretta valutazione del mercato a fronte di un’azione destinata a veder peggiorati i propri valori contabili in futuro.

In quotazione su Borsa Italiana troviamo diversi ETF che investono sul fattore value anche con specializzazioni geografiche. Quello più capitalizzato e liquido presente sul mercato è certamente l’iShares Msci World Value Factor le cui spese correnti annue sono dello 0.3%.

Dal KIID di iShares abbiamo preso un estratto che spiega molto bene qual è il bacino a cui attinge il fondo.

L’indice di riferimento punta a rispecchiare le caratteristiche della performance di un sottogruppo di titoli presenti nell’indice MSCI World selezionati per la loro buona qualità. I componenti dell'indice di riferimento sono selezionati nell'Indice originario in base a tre indicatori principali equamente ponderatidella buona qualità dei titoli di capitale di una società: confronto tra il prezzo di un titolo e i futuri utili stimati della società,il prezzo di un titolo di capitale rispetto al valore contabile e il valore d'impresa (un parametro di misura del valore di una società, che incorpora debito e capitale) rispetto al flusso di cassa operativo.

Il grafico e le tabelle che riportiamo sono prese dal sito pubblico di Msci. Ovvio che le valutazioni fondamentali dell’indice Value sono più interessanti rispetto all’indice tradizionale, ma non passa nemmeno inosservato come negli ultimi 5 anni solo in un caso l’Msci Value è andato meglio dell’indice generico.

Ma quella delle azioni growth che fanno meglio delle value è una tendenza che arriva da lontano visto che a 10 anni l’indice Value porta a casa oltre un punto percentuale in meno di rendimento rispetto al generico Msci World. Un comportamento opposto a quello visto nel lunghissimo periodo  con una overperformance di 0.80% del Value.

Naturalmente non sappiamo quando il mercato riscoprirà il value, ma per chi crede nel processo di mean reversion nel lungo periodo il fattore value può essere un tema interessante da aggiungere al proprio portafoglio di investimento.

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