I Robo-advisors cambiano pelle

Il mondo dei robo-advisors è in costante evoluzione. Se in Italia siamo agli albori con diverse piattaforme che cominciano ad essere commercializzate in scia ad alcune storiche (ad esempio Moneyfarm), negli Stati Uniti possiamo già parlare di stadio di evoluzione maturo per una nicchia di mercato comunque in costante crescita.

Al tradizionale algoritmo che genera portafogli modello sulla base dei profili di rischio di un cliente con ribilanciamenti automatici e bassi costi, si stanno affiancando una serie di servizi (o prodotti) collaterali che rendono più accattivante agli occhi di un investitore il servizio di Robo-Advisors.

La scelta di leader del settore come Betterment e Wealthfront di fornire supporti “umani” ai propri clienti piuttosto che remunerazioni a tasso fisso ai depostiti del clienti, è arrivata dopo un periodo di stagnazione nella crescita degli asset under management coincisa soprattutto con periodi di alta volatilità dove è stato evidente la necessità di supportare dal punto di vista comportamentale il cliente.

Nei primi 5 mesi del 2019 i big five del settore (Betterment, Personal Capital, Schwab, Vanguard e Wealthfront) hanno attratto 40 miliardi di Dollari verso di loro.

Ma quali sono stati gli strumenti che hanno dirottato un po’ di masse dagli investimenti sotto advisory tradizionali al Robo?

Uno di questi strumenti è il trucchetto più vecchio del mondo che conoscono molto bene anche gli amanti dei conti deposito italiani. La remunerazione del cash account a tassi superiore al 2.5% sotto l’assicurazione interbancaria del FDIC americano ha certamente avuto il suo peso sia per Betterment che per Wealthfront.

A fianco dell’assistenza di un consulente finanziario (naturalmente rendendo più oneroso il pacchetto base) si stanno facendo strada altre offerte che devono fungere da polo di attrazione per l’investitore. Portafogli “sostenibili” magari in linea con i criteri ESG è una delle soluzioni adottate da alcuni player per cavalcare l’onda di maggiore sensibilità ambientale del cliente medio.

Di recente poi sono entrati sul mercato alcuni player di peso. Uno di questi è Jp Morgan con il suo You Invest Portfolios che, con una fee dello 0.35%, ha contribuito a comprimere la curva dei costi del settore Robo-Advisors.

Barron’s, in un suo articolo sul tema, ha fornito anche un rendiconto delle performance degli ultimi 2 anni di un gruppo di portafogli con asset allocation 60% azioni 40% bond.

I risultati sono sorprendenti soprattutto per le differenze riscontrate. Il migliore è risultato essere il Robo Advisors di Fidelity con un ritorno annualizzato a 2 anni del 7,2%. Il portafoglio “storico” di Wealthfront si piazza al terzo posto con +6.9% mentre in coda troviamo Charles Schwab e Blackrock con il 5.1% annuo.

Interessanti le risposte dei due operatori fornite alla giornalista di Barron’s alla richiesta di giustificare le performance. Schwab ha tirato fuori la classica frase che i loro clienti devono focalizzarsi ai rendimenti di lungo periodo. BlackRock ha declinato invece ogni commento.

Un mondo, quello dei Robo-Advisors, quindi in evoluzione costante e soprattutto vario e diversificato. La “sola” macchina ha probabilmente già fallito e questo dovrebbe far fischiare le orecchie a coloro che professano la distruzione di milioni di posti di lavoro umani a causa dei robot. Non verranno distrutti, verranno sostituiti e razionalizzati a favore di un miglior servizio e di una migliore efficienza. In fondo non è questo quello che tutti noi desideriamo quando lavoriamo o acquistiamo un prodotto e/o servizio? E se tutto questo produrrà maggiore ricchezza, la stessa non verrà dirottata in domanda maggiore di beni e servizi?

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