ETF, tasso di mortalità in aumento

  • Gli ETF stanno vivendo un periodo di crescita incredibile;
  • Aumentando gli strumenti quotati aumentano anche gli ETF chiusi;
  • Gli spiacevoli effetti di una chiusuraa per un investitore sono tanti;
  • Cerchiamo di capire come evitare ETF potenzialmente candidati alla chiusura futura.

Prendo spunto da un articolo recentemente pubblicato sul sito Marketwatch.com dal titolo “These are the companies that open — and close — the most ETFs”.

Il mondo degli ETF ha conosciuto un’espansione incredibile negli ultimi anni. Secondo il sito Statista.com il volume degli ETF a fine 2018 ammontava a 4.7 trilioni di Dollari. Solo 5 anni prima il volume era pari alla metà.

Alla fine del 2018 nei soli Stati Uniti erano quotati quasi 2000 ETF, anno in cui oltre un’ottantina di questi strumenti a replica passiva sono stati chiusi o fusi.

Il grafico che ci offre MarketWatch entra nel dettaglio di quelle che sono le case più “attive” sul fronte delle chiusure. Se gli ETF più tradizionali sono meno sexy, il marketing finanziario richiede sempre vetrine nuove e luccicanti. C’è stato così il periodo degli ETF settoriali (chiusi in buona parte per assenza di masse), di quelli smart beta, di quelli tematici ed ora di quelli ESG.

In tutti i casi partono in tanti, arrivano in pochi.

Le stesse case sanno benissimo che certi ETF vengono lanciati senza avere speranze di raccogliere masse critiche necessarie per sostenere i costi fissi, ma questo non è un problema perché al momento della chiusura il denaro che verrà rimborsato al cliente potrà essere investito in un nuovo ETF ancora più modaiolo.

Per molti anni però il rapporto tra aperture e chiusure di ETF è stato di 2 a 1. Adesso questo rapporto è diventato di 1.2 a 1 secondo Dave Nadig CEO di Etf.com.

Ormai siamo al punto in cui per ogni ETF aperto ce n’è uno che chiude. Il settore è evidentemente maturo e nei prossimi anni dovrà consolidarsi con fusioni tra le varie società di gestione.

Come si vede dalla tabella di Marketwatch big come BlackRock, State Street ed Invesco aprono e chiudono fondi con una certa facilità. Marketing ed esigenze di razionalizzare una gamma sempre più ampia mettono queste società ai primi posti di questa speciale classifica. All’opposto Vanguard lancia pochi prodotti ma quasi tutti destinati a durare.

La chiusura di un ETF se per una società è solo un atto amministrativo, per un investitore è una spiacevole scocciatura. Se questi strumenti non sono stati scelti per fare trading, quanto piuttosto per investire una somma di denaro nel lungo periodo a basso costo, trovarsi dopo qualche mese o anno dall’acquisto a dover far fronte ad una liquidazione forzata è un fatto molto spiacevole che tendenzialmente dovrebbe allontanare l’investitore dall’emittente di quello strumento.

I motivi sono diversi. Oltre all’involontaria interruzione di un piano di investimento, ci sono dei costi doppi che devono essere sostenuti. Non tanto quelli di rimborso, solitamente gratuiti, quanto quelli di riacquisto di un altro ETF con la somma rimborsata (dopo che il primo acquisto era già stato fatto con relative commissioni).

Poi c’è l’aspetto fiscale. Un rimborso che arriva in modo forzato genera o plusvalenze (sulle quali pagare la tassa sul capital gain) oppure minusvalenze (che capitalizzano una perdita liquidando un capitale più basso di quello iniziale).

Cosa si può fare per ridurre le probabilità di rimborso forzato dell’ETF? Il mio consiglio è quello di scegliere ETF con una capitalizzazione superiore ai 50 milioni di Euro possibilmente con sottostanti non di nicchia.

Difficilmente le case procederanno con la chiusura di strumenti così con il rischio di veder fuggire masse importanti verso la concorrenza.

Se proprio non potete fare a meno della scommessa specifica allora è lecito attendersi che l'ETF selezionato abbia una capitalizzazione inferiore. In questo caso meglio andare su strumenti con una buona tracking difference, indicatore in grado di dirci quanto costa l'ETF rispetto all'indice che sta replicando, ed una buona trasparenza da parte dell'emittente in quanto ad informazioni rese disponibili agli investitori.

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