ETF, non è così semplice replicare un indice

Ormai gli ETF (Exchange Traded Fund) sono uno strumento di investimento molto diffuso che nelle aspettative della maggior parte degli investitori deve replicare un determinato indice di mercato sottostante.

Indice azionario o obbligazionario che sia, la replica non è un’attività così banale come si pensa.

Diversi fattori portano a generare quello che in gergo viene chiamata tracking difference, ovvero la differenza di rendimento tra l’ETF e l’indice che deve essere replicato.

Più è ampia la tracking difference più l’ETF è inefficiente ovvero non assolve al suo compito di replica.

Di fatto questo differenziale rappresenta il vero costo diretto di investire con uno strumento a replica passiva.

A fianco di questo esistono poi costi esterni come le commissioni di negoziazione o l’imposta di bollo che nessun gestore di ETF è in grado di contrastare.

In abbinamento alla tracking difference gli esperti affidano la loro valutazione anche al cosiddetto tracking error.

Il tracking error misura la volatilità annua della differenza tra performance dell’ETF e dell’indice, definendo quanto è sostanzialmente stabile la tracking difference.

Ma quali sono i fattori che influenzano questi due indicatori?

Sicuramente i costi del prodotto, il cosiddetto TER (Total Expense Ratio).

Se un ETF costa 0.5% allora sarebbe lecito attendersi una differenza di valore rispetto all’indice in un anno di 0.5%. Per questo è importante scegliere ETF con costi bassi, ma questo indicatore purtroppo non è l’unico ad influenzare la capacità di replica dell’ETF.

Dovendo replicare e ribilanciare continuamente un indice, l’ETF è sottoposto a operazioni di acquisto o vendita sostenendo come qualsiasi investitore dei costi di negoziazione che verranno addebitati al fondo. Più il turnover è elevato maggiori saranno gli oneri e quindi la tracking difference.

Gli ETF possono essere a replica fisica o sintetica. Mentre questi ultimi hanno costi di swap generati dalla necessità di replicare un certo paniere di azioni o obbligazioni, quelli a replica fisica possono presentare degli scollamenti rispetto all’indice per effetto di un replica totale o parziale.

In quest’ultimo caso reso necessario per indici con una numerosità di azioni o obbligazioni elevatissima, si adottando tecniche di ottimizzazione (per l’azionario) o campionatura (per l’obbligazionario).

Nel primo caso si cerca di replicare un ampio paniere di titoli riducendo il numero tramite la replica per fattori di rischio.

Nel secondo caso certe emissioni obbligazionarie poco liquide o con poca carta sul mercato, vengono evitate per ridurre l’onerosità a carico dell’ETF generata da spread bis ask ampi piuttosto che alti costi di transazione.

Altro fattore che lima qualche punto alla replica perfetta è poi il cosiddetto fenomeno del cash drag. I dividendi incassati dalle centinaia di azioni in portafoglio non vengono investiti subito, ma solo quando il gestore lo reputa opportuno anche in questo caso per evitare costi di transazione. Naturalmente questo provoca un portafoglio in alcuni casi non pienamente investito e quindi non perfettamente replicante.

Anche il timing ha il suo peso visto che nei momenti di variazione dei panieri da parte del provider l’attività di compravendita dell’ETF non è immediata al minuto.

Infine esiste un’attività che permette in parte di recuperare tutti questi costi e inefficienze che gravano sull’ETF, ovvero il prestito titoli.

Tramite i ricavi generati dal prestare ad altre controparti i titoli in portafoglio il gestore infatti recupera qualcosa a beneficio dell’investitore.

L'ETF è un prodotto considerato dai più come una replica passiva low cost di un indice. In realtà quello che si muove dietro questa struttura è un qualcosa di decisamente più complesso ed articolato.

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