ETF Low Volatility, pregi e difetti della strategia

Il mondo ideale di chi investe denaro è quello in cui si ottengono rendimenti superiori alla media con rischio inferiore alla media.

Essendo l’investimento un gioco a somma zero in cui sostanzialmente ad ogni transazione c’è un perdente e un vincente, battere sistematicamente il mercato è una pura utopia come confermano numerosi studi accademici.

Il successo degli strumenti a replica passiva (fondi indice ed ETF) si basa proprio su questo assunto, ma negli ultimi tempi sono nati diversi strumenti che mixano la replica passiva di un indice ad una componente di attività.

I cosiddetti smart beta fanno esattamente questo, con regole predefinite che mirano a mantenere in portafoglio titoli che soddisfano certi requisiti.

I “factor” come momentum, value, high dividend, size o low volatility sono ormai presenti in qualsiasi catalogo di ogni gestore di ETF.

Proprio di recente la società S&P Dow Jones Indices ha pubblicato uno studio dedicato agli indici Low Volatility.
Questi indici hanno come obiettivo quello di investire in azioni con un livello di volatilità inferiore a quello dell’indice generalista (ad esempio lo S&P500 se parliamo di azioni americane).

La strategia ha guadagnato molta popolarità negli ultimi 10 anni con 70 miliardi di $ investiti nel mondo in asset di questo tipo. I motivi non sono solo legati allo scetticismo nel quale si è mosso uno dei bull market più lunghi della storia, ma anche la prova dei numeri che vedono gli indici S&P Low Volatility sovraperformare lo S&P500 dal 1991. Naturalmente con meno volatilità.

Su un arco temporale di 28 anni la strategia Low Volatility ha guadagnato il 10.7% annuo contro il 9.8% dell’indice S&P500 e con una volatilità più bassa del 28%.
Ad onor del vero questo è un risultato a consuntivo.

Dal 1990 al 2000 questa sovraperformance di fatto non c’è stata con una sensibile sottoperformance del Low Volatility tra il 1996 e il 2000.

Altro dato interessante emerso dallo studio quello della persistenza della bassa volatilità delle azioni del paniere nel momento in cui i mercati entrano in pesante fibrillazione come nel 2002 e nel 2008.

Le evidenze statistiche dimostrano che, seppur in aumento, la volatilità delle azioni appartenenti a questo indice Low Vol cresce meno di quelle appartenenti al paniere più generalista.

Lo studio ha poi cercato di quantificare overperformance (o underperformance) della strategia nei momenti di bull e bear market dello S&P500. Su un arco temporale storico di 336 mesi, per lo S&P500 112 sono risultati negativi e 224 positivi.

Nei 56 mesi di maggior calo (quindi la metà peggiore) la strategia bassa volatilità ha sovraperformato in media del 2.8%. Nei 112 mesi migliori la stessa strategia ha sottoperformato del 1.7%.

La conclusione è ovvia. Non esiste il Sacro Graal dell’investimento.

Dove ci sono dei pro ci sono anche dei contro. Trattandosi di una strategia ci sono contesti di mercato nei quali funziona meglio, altri in cui funziona peggio.

Sintetizzando possiamo dire che il Low Volatility attenua i movimenti di mercato in entrambi i sensi.

Ultimo appunto i costi. Quando vengono traslate su prodotti di investimento queste strategie si rivelano più costose rispetto a quelle che replicano indici generici attenuando in parte i benefici illustrati dallo studio.

Fonte: S&P Dow Jones Indices – Is the Low Voaltility Anomaly Universal? Aprile 2019

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