E se fossero le commodity la scommessa della prossima decade?

  • Gli indici delle commodity sono uno dei pochi asset finanziari nell'era del QE su livelli di prezzo vicini ai minimi storici;
  • Esistono diversi tipi di indice di commodities. Il peso delle singole materie prime può essere molto diverso tra i i vari indici;
  • Diversi sono gli ETF che investono in indici di commodities quotati a Milano.

Mentre Wall Street celebra nuovi massimi storici, mentre i bond holders continuano a gongolare per i ricchi guadagni fatti nel 2019 nonostante flussi cedolari ridicoli, c’è un mercato che latita su livelli decisamente deprimenti. Stiamo parlando delle commodity. Dimenticate un po' da tutti, fondi di investimento chiusi per eccesso di deflussi, trader che preferiscono dedicarsi a forex ed equity, le materie prime in realtà fanno parte da sempre della storia della finanza.

Gli appassionati di analisti tecnica avranno sicuramente letto una delle pietre miliari di questa materia, il libro di John Murphy “Analisi tecnica dei mercati finanziari”.

In questo libro lo spazio dedicato alle materie prime è simile a quello di azionario, obbligazionario e valutario proprio perché la quarta gamba sulla quale fare trading da sempre è stato il mondo delle commodity. Basta pensare anche alla teoria delle candele giapponesi nata sull’onda delle tecniche utilizzate per fissare i prezzi dai commercianti nipponici.

L’indice delle commodity è forse oggi, nel QE world, l’unico asset finanziario con i prezzi molto lontani dai massimi. Anzi siamo molto vicini a livelli di prezzo di 20 anni. Quello che rappresentiamo in questo grafico è l’indice Bloomberg Commodity Index, ma possono esistere anche altri indici di materie prime come il CRB Index o il CCI Index. Cambiano le percentuali delle materie prime che compongono l’indice, non cambia il risultato. Siamo sempre a livello di prezzo molto sacrificati.

Non poteva non essere altrimenti considerando il mondo deflazionistico nel quale stiamo vivendo. Però come insegnano gli estimatori della mean reversion, prima o poi tutto torna verso un valore di equilibrio e le commodity sarebbero candidate a questo contesto nei prossimi anni.

Lo scetticismo della massa verso l’inflazione, la rassegnazione dei tassi bassi in eterno e la mania della sostenibilità potrebbero essere il giusto mix per accendere nei prossimi anni la fiamma delle commodity.
Ma come cavalcare una tendenza di così lungo respiro? Una scelta può essere quella di acquistare le azioni del settore minerario o i petroliferi sotto forma di ETF settoriale.
Oppure si può decidere di acquistare direttamente un ETF che investe negli indici di commodity.
A Milano sono quotati ben 13 ETF che replicano vari indici di commodity. Il più importante, anche per capitalizzazione, è l’Invesco Bloomberg Commodity con oltre 1 miliardo di Asset Under Management.

Altro storico ETF è quello di Lyxor che replica l’indice CRB. Infine voglio citare l’iShares Diversified Commodity Swap.
La differenza tra i tre ETF sono gli indici replicati e questo spiega le differenze di performance dell’ultimo anno. Lyxor perde il 4.5%, iShares perde il 2% , Invesco l’1,5%.

Naturalmente tutto dipende dal mix di commodity presenti nell’indice. Il CRB di Lyxor ad esempio ha un peso di energetici decisamente più altoo (40% vs 30%) del Bloomberg Commodity dove l’oro è presente in modo più massiccio ( 17% vs il 7% del CRB).

Due appunti su questi strumenti sono doverosi.

Le materie prime sono replicate all’interno dell’ETF con futures e da questo derivano una serie di problemi di rolling alle varie scadenze determinando un aumento dei costi. Inoltre rimane in piedi il rischio controparte sui derivati tipico dei prodotti a replica sintetica.

Il secondo appunto è legato al fatto che questo investimento non genera reddito inteso nel senso di cedole o dividendi. Quindi abbiamo un costo a fronte di un vantaggio derivante solo dalla variazione di prezzo del sottostante.

Nell’era dei tassi negativi questo appare un problema secondario.

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