Cari fondi Absolute Return

L’introduzione della normativa Mifid II ha aumentato in modo importante l’attenzione che gli investitori e gli addetti ai lavori rivolgono ai costi dei prodotti finanziari.

Soprattutto il mondo del risparmio gestito sta vivendo una fase nuova nella quale gli investitori  stanno cominciando (o cominceranno presto) a “scoprire” in termini monetari quanto in realtà stanno pagando sui fondi di investimento.

Chi ha pensato fino ad oggi di potersela cavare semplicemente scaricando da internet un documento informativo (altresì detto KIID o Key Investor information document) ed interpretando la percentuale delle spese correnti come il costo finale è un illuso. Ben presto scoprirà infatti come quelli che sono definiti costi correnti non sono assolutamente il totale dell’onere sostenuto per rimanere investito in un determinato fondo.

Sotto la voce spese totali troviamo le commissioni di gestione, di amministrazione e revisione, della banca depositaria e di servizio. Non troviamo le commissioni eventuali di performance, ma nemmeno le cosiddette “transaction charges”.

Questi sono costi che un fund manager deve sostenere per ogni transazione di acquisto e vendita sostenuta all’interno del fondo su un’azione piuttosto che su un’obbligazione.

Non si parla solo di costi di trading espliciti pagati al broker, ma anche di costi impliciti legati alla liquidità di un titolo. Un prezzo di eseguito su un titolo diverso  da quello a cui si faceva riferimento nel momento in cui la transazione è stata inserita rappresenta un costo.

Difficile misurare questi costi occulti se non tramite un’esplicitazione della casa di investimento con un documento diverso dal KIID.

La Mifid II chiede trasparenza ed ecco quindi che il Financial Times ha pubblicato un articolo in cui vengono messi a nudo soprattutto i costi dei fondi absolute return, ovvero quella categoria di prodotti a gestione attiva che dovrebbero estrarre valore in ogni condizione di mercato utilizzando strategie alternative.

Ormai è risaputo che nel lungo periodo la gestione attiva è perdente rispetto a quella passiva ed i costi sono i principali responsabili di questa sottoperformance.

Il Financial Times ha rilevato come nel 2018 due dei fondi più capitalizzati nella categoria absolute return hanno sopportato costi di transazione superiori alle spese correnti.

L’Aviva Investors Multi Strategy  Target (1.2 mld Gbp di capitalizzazione), ha registrato nel 2018 costi di transazione del 1.03%, ben più alti dello 0.85% di spese di gestione.
Il fondo JPMorgan Global Macro Opportunities (5.3 mld di Gbp di capitalizzazione) ha registrato costi di transazione pari a 1.16% sul NAV del fondo a cui vanno sommate spese di gestione dello 0.75%.

Entrambi i fondi hanno perso l’anno scorso denaro, con Aviva sotto del 7.5% e JPMorgan del 1.3%; i costi hanno rappresentato una zavorra importante.

Vero è che in questo 2019 in cui la marea dei mercati solleva tutto anche questi fondi vanno bene, ma la realtà è che nel lungo periodo i fondi absolute return hanno turnover di portafoglio molto spinti che spingono in alto i costi complessivi di transazione. E l'investitore vede scalare il suo rendimento finale.

Basti pensare che un fondo monetario ha costi di trading annui anche inferiori ai 5 punti base.

Questo fenomeno illustrato oggi prende come riferimento fondi tutto sommato di successo con classi di collocamento istituzionali.

Se considerassimo le ben più costose classi “retail” il conto finale renderebbe decisamente poco razionale l’investimento in questi prodotti a gestione attiva ma dalla parcella parecchio salata..

Fonte: Financial Times - Popular absolute return funds notch up high trading costs 28.4.2019

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