Altra tegola sui fondi a gestione attiva

Questa volta è Morningstar nel suo barometro semestrale European Active/Passive Barometer  a colpire duro il mito della capacità dei gestori di fondi di generare alpha.

L’analisi di Morningstar misura periodicamente la performance dei fondi europei attivi confrontandola con quella dei fondi a replica passiva.

Il risultato misura il successo di un gestore nell’essere migliore di un classico ETF. L’analisi di confronto per il fondo attivo viene fatta non solo verso un fondo indice o ETF, ma verso un paniere di strumenti passivi in modo da avere un benchmark più affidabile di confronto già al netto delle commissioni.

Il paniere di fondi attivi e passivi sui quali Morningstar ha condotto l’analisi è di 10840 fondi per un totale di Asset Under Management di 2.7 miliardi di Eur, un terzo del totale dei fondi europei.

Un campione rappresentativo dal quale è emerso che il successo degli stock pickers europei è molto basso.
I manager sopravvissuti nel corso degli ultimi 10 anni e che contemporaneamente hanno sovraperformato i fondi passivi hanno una percentuale superiore al 50% solo in 2 delle 66 categorie analizzate.

La percentuale di successo dei gestori attivi è inferiore al 25% nei due terzi delle categorie analizzate.

Se andiamo ad analizzare le categorie più conosciute a livello azionario spicca in negativo il 15.5% di fondi attivi investiti nella categoria Equity  Europe Large Cap Blend capaci di sovraperformare i passivi a distanza di 10 anni. Percentuale anche peggiore quella registrata nella categoria Global Large Cap Blend Equity (9.1%).

Va un po’ meglio l’azionario emergente. La categoria Global Emerging Markets Equity vede una percentuale di successo degli attivi sui passivi a 10 anni del 35.5%.

Al 50% di successo troviamo solamente la categoria Pacific ex Japan Equity (praticamente come tirare la monetina) mentre emerge il 77.8% di successo della categoria azionaria UK Mid Cap (categoria di nicchia a cui partecipano pochissimi investitori).

Non cambia il risultato nel mondo obbligazionario. I gestori attivi sopravvissuti che a distanza di 10 anni riescono ad avere un tasso di successo superiore al 50% verso  i passivi praticamente non esistono.

Solo nella categoria Corporate Bond Eur e Global Bond gli attivi battono i passivi rispettivamente con tassi di successo del 47% e del 45.5%. Pessimo il tasso di successo nelle categorie Eur Diversified Bond (15.1%) e Eur Inflation Linked (14.5%).

Una carrellata di numeri che nella sostanza conferma ciò che il rapporto americano SPIVA redatto da S&P Dow Jones Indices indica da tempo con statistiche ancora più approfondite sia a livello di database che temporale.

Non bisogna quindi meravigliarsi della migrazione di tanti capitali verso la gestione passiva. I consulenti non fanno altro che spostare masse su prodotti meno costosi per mantenere inalterate le loro fees di consulenza.

Questo evita il problema di dover spiegare al cliente  una componente di costo che diventerebbe molto pesante se venissero utilizzati anche i fondi a gestione attiva.

Quello che però le statistiche non ci dicono è quanti di questi prodotti passivi vengono incapsulati dentro prodotti contenitore i cui costi a volte sono addirittura superiori a quelli dei fondi attivi.

I pregi sono noti, ma se questi pregi vengono affogati in polizze assicurative, gestioni patrimoniali o strutture derivate complesse tutti i benefici di cui abbiamo parlato scivolano via come acqua in un lavandino aperto.

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