Trump contro le banche centrali

Ormai sembra palese che Donald Trump abbia dichiarato guerra aperta un po' a tutti e ieri è toccato al governatore della BCE Mario Draghi e indirettamente al governatore della FED Jerome Powell. In uno dei suoi fendenti twitterati il presidente Usa ha manifestato disappunto per la decisione di super Mario di portare i tassi sui depositi a -0,5% da -0,4% e ha lanciato un monito ad una Fed a suo dire troppo attendista.

Nella conferenza stampa di ieri, seguita alla riunione ufficiale mensile del comitato esecutivo della BCE, Draghi ha fatto intendere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il programma di allentamento monetario non si fermerà a breve, ma anzi continuerà fino a quanto i target di inflazione non verranno raggiunti, ancor più che le stime saranno tutte al ribasso sia riguardo l'inflazione stessa (1,2%-1%-1,5% per il triennio 2019-20219) sia per quanto concerne il PIL (1,1% da 1,2% nel 2019, 1,2% da 1,4% nel 2020, 1,4% confermato nel 2021).

E' chiaro che il tentativo di impadronirsi anche della politica monetaria fa gola al presidente a stelle e strisce, ma forse verrebbe da fare una riflessione su quelle che sono le vere funzioni di una politica monetaria e degli effetti sull'economia, quali la stabilizzazione dei prezzi, come giustamente ha ribadito Draghi e non il rilancio della crescita compito questo delle politiche fiscali di un governo. E tale riflessione nasce proprio analizzando come gli Usa abbiano fatto crescere la loro economia nel corso dell'amministrazione Trump in quest'ultimo triennio, frantumando record sia relativi all'economia reale sia riguardanti le borse.

La cosiddetta "Trumpenomics" si è basata essenzialmente su una riduzione corposa delle imposte alle imprese, in un periodo in cui i governatori della Fed che si sono succeduti, prima Janet Yellen e poi Jerome Powell, hanno dato vita ad una fase di tapering sui tassi dopo il quantitative easing iniziato e portato avanti da Bernanke a seguito della drammatica crisi del 2008. Questo da un lato ha comportato una crescita del PIL in 3 anni del 25% accompagnato da un'esplosione dei consumi, dall'altro al mantenimento dell'inflazione a livelli non preoccupanti (2,2%).

Cosa è successo invece in Europa dove manca un politica fiscale comune e le scelte in tema di tassazione sono frastagliate tra i vari paesi? Il bazooka della BCE che è servito essenzialmente per non far saltare debiti pubblici e bilanci bancari, non ha avuto riflessi significativi sull'economia reale dell'Eurozona, come dimostra la fase di recessione che stiamo vivendo.

Questo significa che la politica monetaria non serve alla crescita? No, significa non darle un'importanza eccessiva e comunque sostituirla alla politica fiscale deresponsabilizzando la classe dirigente e governativa.

Può servire senz'altro per dare gli stimoli iniziali sempre che vengano colti dal sistema bancario e non utilizzati per altri fini, per evitare pericoli di stagnazione controllando i prezzi ma, da quello che si è visto in Europa è sotto gli occhi di tutti, non fa miracoli.

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